Il moderno meccanicismo come “tradimento” dall’animismo rinascimentale?

Agli albori della scienza moderna, l’esclusione delle cause finali e il più rigido meccanicismo, sono stati premesse fondamentali dei successivi sviluppi. Bernardino Telesio, ad esempio, negava l’utilità del ricorso a cause finali (cfr. De rerum natura iuxta propria principia, IV, 25), mentre Bacone, nel De dignitate et augmentis scientiarum (1623), scrive «La ricerca delle cause finali è sterile: come una vergine consacrata a Dio non partorisce nulla» (III, 5; cfr. anche Novum Organum, 1620, II, 2). Il rifiuto del finalismo si ritrova anche nella riflessione di pensatori quali Galilei, Descartes (Principia philosophiae, 1664, I, 28) mentre Spinoza, nel concludere il primo libro dell’Ethica (1665), scrive: «la natura non ha alcun fine prefisso e […] tutte le cause finali non sono che finzioni umane» (Ethica, I, 36, appendix).

Le cose, tuttavia, sono meno semplici di quello che sembra. Copernico, dalla cui rivoluzione astronomica (a base eliocentrica) si suol far iniziare la moderna rivoluzione scientifica, a proposito del Sole come centro dell’universo, nel De revolutionibus orbium coelestium (1543) scrive:

Per questo, non a torto, alcuni lo chiamano lucerna del mondo, altri mente, altri guida. Trismegisto [lo chiama] Dio visibile; l'Elettra di Sofocle, l'onniveggente. Così, certamente, il Sole, come su un trono regale, governa la famiglia degli astri che gli sta intorno.
[in Niccolò Copernico, Opere, UTET, Torino 1979, pp. 212-213]

Non si tratta di semplici metafore. Il Sole è inteso come “mente” che governa i pianeti, dunque alcunché di vivo (di dotato di anima). Ancora Keplero nel Mysterium cosmographicum (1621) scrive:

Se sostituisci la parola "anima" con la parola "forza" ottieni il vero principio su cui la fisica celeste è costituita nei [miei] Commentari su Marte ecc. e praticata nel IV libro dell'Epitome.
 [Joannis Kepleri, Opera Omnia, vol. I, Heyder u. Zimmer, Francoforte ed Erlangen 1858-71, p. 176]

Ora, è ben noto che secondo la filosofia classica (in Platone e Aristotele, per esempio, ma anche presso gli stoici) l’anima agisce (conferisce moto al corpo) secondo fini, consci (nell’anima razionale) o inconsci (nell’anima “vegetativa”, paragonabile a ciò che muove i corpi apparentemente inanimati, come i pianeti e le stelle).

Proprio per questi legami con l’antica teoria dell’anima la nozione di “forza” è apparsa, e giustamente, ai meccanicisti di ogni tempo un residuo “metafisico”.

A cominciare da Cartesio:

Io non accetto né desidero che si abbiano in fisica principi [come la nozione di "forza" intesa come alcunché di originario, non di derivato] diversi da quelli che si hanno in geometria o nella matematica astratta, in quanto tutti i fenomeni della natura possono essere spiegati per loro mezzo, e di essi si può dare una dimostrazione certa.
[Descartes, Selections, Scribner, New York, 1927,  p. XXIII]

Cfr. anche Christian Huygens:

Per trovare una causa intelligibile della gravità si deve scoprire come possa accadere, supponendo in natura solo corpi fatti di una stessa materia, e nei quali non si consideri alcuna qualità o inclinazione ad avvicinarsi l'uno all'altro, ma solo diverse grandezze, figure e moti, come, dico, possa accadere che tuttavia molti di questi corpi tendano direttamente verso un medesimo centro.
[Christian Huygens, Discours de la cause de la pesanteur, Vander, Leida 1690, p. 129]

Lo stesso Newton, alla domanda relativa alla “causa della gravità” di cui aveva scoperto la “misura” (due corpi “si attraggono” in ragione delle rispettive masse e in rapporto inversamente proporzionale al quadrato delle loro distanze), risponde con la celebre frase: “Hypotheses non fingo” (non faccio ipotesi). Per tutta la vita Newton cercherà di trovare una spiegazione “meccanica” della gravitazione, diversa da quella di Cartesio, ma ispirata ai medesimi principi materialistici (ossia tale da escludere una reale azione a distanza attraverso il vuoto, inconcepibile agli occhi dello stesso Newton se riferita a corpi “inerti”, “morti”).

Nondimeno la fisica non sembra mai riuscita a eliminare la nozione di forza, con il cripto-finalismo che essa comporta.

In che cosa, infatti,  un “campo gravitazionale” differisce da un’anima in questo senso? E un “campo magnetico”? In nulla, se il primo moderno teorico del magnetismo, William Gilbert, sosteneva nel De magnete (1600) che i magneti fossero dotati di anima (termine che ricorre ancora, inteso però solo come metafora, in espressioni come “anima di ferro”, riferita a oggetti che contengono al loro interno del ferro potenzialmente soggetto ad attrazione magnetica).

Leibniz reintroduce espressamente la nozione di “causa finale”, per spiegare l’attrazione (appetitus) dei “punti metafisici” che costituiscono l’universo (per l’occasione opportunamente “animati”) gli uni verso gli altri.

Il romanticismo e l’idealismo tedesco (basta pensare alla filosofia della natura di Friedrich Schelling e di Wolfgang Goethe) rilanceranno e approfondiranno, sulla base dei dati offerti dall’investigazione naturalistica della loro epoca, l’intuizione antica di una natura “vivente” piuttosto che “meccanica”, governata da forze “intelligenti” (consce o inconsce) piuttosto che da leggi meccaniche.

Tale intuizione si ritrova in autori insospettabili, molto amati dai “materialisti” e, soventi, convinti essi stessi di essere materialisti, come Denis Diderot e David Hume [cfr. Dialoghi sulla religione naturale (1779), Einaudi, Torino 197, pp. 139-41] e riecheggia, tra Otto e Novecento, in figure come Ernst Haeckel (il celebre scienziato positivista, che, tuttavia, considerava tutta la natura animata), Henri Bergson e Alfred North Whitehead.

In generale, la tensione tra due o più punti separati da spazio, tensione che può essere annullata solo dall’unione di tali punti, che sia di tipo “gravitazionale” (tra due masse), elettromagnetico (tra due cariche) o di altra natura, sembra suggerire che tali punti abbiano un fine e, non da ultimo, un certo grado di “percezione” del punto verso cui “sentono” di doversi dirigere.

L’entanglement quantistico tra particelle subatomiche (postulato dal celebre esperimento mentale EPR (1992)  e, soprattutto, rilevato dall’esperienza di Aspect) che ha ispirato, non solo numerose teorie “olistiche” New Age (sovente incongrue e gratuite), ma anche modelli tanto affascinanti quanto matematicamente rigorosi, come quello dell’universo olografico di David Bohm, è solo l’ultimo esempio di un legame “vivente” e “orientato” tra parti di universo, legame ben noto da quando Faraday e altri, sulla scia di Leibniz e Boscovich, hanno “sdoganato” le teorie del campo (succedaneo, sotto mentite spoglie, dall’anima neoplatonica) e rotto, di fatto, col rigido meccanicismo cartesiano.

In ultima analisi, dunque, la rottura degli “argini” del cosmo geocentrico aristotelico, che ha dato il via all’avventura della scienza moderna, da un lato ha prodotto, certamente, un nuovo modello di universo di tipo meccanicistico. Non è mai del tutto tramontata, tuttavia, l’intuizione pitagorico-platonica di un tutto infinito, matematicamente ordinato bensì, ma secondo criteri fondamentalmente etico-estetici, piuttosto che informatico-computazionali (analogici, piuttosto che digitali); nel quale “tutto è in tutto” secondo legami sottili che devono continuamente venire reintegrati, in una lotta incessante dell’ordine a cui tutto tende contro il caos che (come suggeriscono, tra le altre cose, le leggi della termodinamica) cerca continuamente di dissolverlo.

di Giorgio Giacometti