La Critica della ragion pratica

Kant_Kritik_der_praktischen_Venunft_1788

Kant scrisse la Critica della ragion pura (1781). La ragione di cui si tratta è la ragione teoretica. La filosofia teoretica è la filosofia che si occupa della conoscenza.
Kant vi svolge soprattutto un’analisi critica delle strutture pure della ragione, esercitando la ragione stessa. La critica, dunque, si concentra sulla purezza della ragione, messa in discussione nel suo uso scientifico che richiede anche il ricorso all’esperienza.

La Critica della ragion pratica (1788), invece, ha per obiettivo l’uso pratico della ragione, ossia concerne il nostro comportamento (etica).

Per comprendere ciò che ha in mente Kant possiamo partire da un aneddoto.

A un bambino era stato detto che se fosse andato sempre a messa la domenica e se si fosse sempre pentito dei propri peccati in confessione, quando fosse morto, sarebbe andato in Paradiso. Un giorno, però, lesse in un libretto di catechismo che i santi, che certamente erano andati in Paradiso, non avevano agito bene allo scopo di salvarsi, il che sarebbe stato in ultima analisi un atto di egoismo e, dunque, un peccato, ma avevano agito per amore di Dio e delle creature.

Il paradosso, dunque, era che per salvarsi bisognava … non desiderarlo! Sforzarsi, però, di non desiderare il Paradiso…. allo scopo di andarci, era un ennesimo paradosso.

Se dal punto di vista cattolico agire bene allo scopo di salvarsi ci rende meno perfetti che agire bene per il solo amore di Dio (dunque, si potrebbe supporre, ci fa commettere un peccato “veniale”, degno del Purgatorio, ma non dell’Inferno), dal punto di vista di Lutero qualunque nostro atto, se non è ispirato dalla fede e dalla grazia (dunque dall’amore di Dio), è peccaminoso, proprio perché, in ultima analisi, dettato dall’egoismo: esso non ci permette di salvarci, proprio perché, paradossalmente, salvarci è proprio quello che (egoisticamente) vorremmo.

Kant proviene da una cultura protestante e prende molto sul serio il paradosso luterano nella sua formulazione originaria, che risale a S. Paolo: non solo la legge esiste perché esiste il peccato (se non inclinassimo verso il male non sarebbe necessario stabilire una legge e prescrivere una punizione), ma anche il peccato esiste perché esiste la legge (nel senso che chi si limita ad osservare la legge, credendo così di non peccare, continua a peccare, perché solo l’amore salva, e non la nuda legge).

Preso alla lettera il comandamento cristiano “Ama il prossimo tuo come te stesso” – se ci si riflette – è un’ingiunzione paradossale.

I 10 comandamenti dell’Antico Testamento erano prescrizioni legali che gli Ebrei anticamente dovevano semplicemente osservare (esteriormente) per essere graditi a Dio.
Ma come si fa ad “amare” a comando?
Nell’interpretazione luterana questo comandamento, come la stessa legge di Mosè, funge semplicemente da criterio per sapere chi si salva, più che essere una norma da osservare: chi, di fatto, ama il prossimo è salvo perché è animato dalla grazia; ma sforzarsi di amare per obbedire al comandamento è già tradirlo.

  • Perché non si potrebbe desiderare di andare il Paradiso, nutrendo, per così dire, un “nobile egoismo”? Anche i santi, in fondo, agiscono per amore di se stessi, dal momento che aiutare il prossimo li rende felici e prossimi alla salvezza… Amare se stessi non è affatto escluso dal comandamento di Gesù, che prescrive appunto di amare gli altri come se stessi (non più di se stessi)!

Vero. Ma il punto fondamentale dal punto di vista luterano è che l’amore di sé non deve essere il motivo principale dell’azione.
Il punto di vista da assumere è quello di Dio: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”, dice Gesù. Il santo agisce come “terminale” o longa manus di Dio: aiuta se stesso come aiuterebbe qualsiasi altra creatura e come Dio farebbe con lui e con gli altri. Il punto di vista assunto, dunque, non è più l’io personale, ma Dio, ossia qualcuno che ha di mira il bene comune, il bene universale.

  • D’accordo. Ma tutto questo che cosa c’entra con l’etica di Kant?

Se trasferiamo quest’ordine di ragionamenti dall’etica religiosa all’etica laica troviamo il primo criterio che ha ispirato la ricerca kantiana della legge morale razionale.

Quale legge, ci si deve chiedere, deve ispirare un’azione perché questa possa essere morale e non dettata, cioè, da propositi egoistici?

Evidentemente si tratta di fare il proprio dovere per amore del dovere stesso e non per altri scopi (secondi fini: il plauso degli altri, i vantaggi economici che ne potrebbero derivare, il Paradiso ecc.).

Kant, in realtà, muove da un’antropologia pessimistica di ascendenza protestante.

L’uomo tenderebbe spontaneamente a soddisfare i propri interessi egoistici.

Se non fossimo, tuttavia, che “animali egoisti”, non ci sarebbe “polizia” sufficientemente organizzata che potesse impedire che, segretamente, gli uomini non minassero le elementari regole delle convivenza sociale (a meno di non immaginare una società controllata da un Grande Fratello orwelliano).

Dai sofisti a Machiavelli, molti autori hanno pensato alla religione come alla forza che, agendo sulla coscienza dei singoli, li induce a rispettare le regole anche in assenza di controlli.

Secondo Kant, che è un campione dell’illuminismo, l’uomo che non si fa spaventare dalla minaccia delle punizione divina, magari perché più intelligente degli altri, trova in se stesso, nella propria ragione, una motivazione sufficiente ad agire secondo giustizia anche in assenza di sanzioni esterne.
La ragione, cioè, secondo Kant, è in grado sia di stabilire una legge morale di valore universale, dunque ancora più “valida” delle leggi positive dello Stato di appartenenza, sia di avere la forza per imporla al pur riluttante individuo umano.

N. B. Il rispetto della legge morale dettata dalla ragione non rende felici (come avrebbero pensato i Greci), ma semplicemente degni della felicità.

Ma la legge morale, in quanto razionale, deve avere anche un’altra fondamentale caratteristica. Essa dovrebbe essere scritta in modo tale che tutti gli uomini, in quanto tali, indipendentemente dalla cultura e della religione di appartenenza, dovrebbero sentirla come propria.

Immaginiamo di essere un insegnante di scuola primaria e di dover impartire alcune regole di condotta a una classe di allievi di diversa culture, religione, “filosofia” (cattolici, protestanti, musulmani, buddisti, atei, di destra, di sinistra, “stoici”, “epicurei” ecc.). A che cosa si potrebbe appellare il docente senza fare riferimento ai valori presupposti da alcuni, ma non da altri?

Quale regola, ci si deve chiedere, potrebbe essere accettata da tutti?

Evidentemente una regola che valesse per tutti e non solo per alcuni.

di Giorgio Giacometti