Una “rivoluzione copernicana”: il criticismo (Kant)

KantIl criticismo di Kant può essere presentato come una sintesi dell’empirismo e del razionalismo, ma soprattutto come una soluzione (caratteristicamente illuministica) delle difficoltà in cui entrambi incorrono.

Tanto i filosofi empiristi (Bacone, Locke, Hume), quanto quelli razionalisti (Cartesio, Spinoza, Leibniz), cercano nella filosofia la scienza suprema che possa dare i principi alle altre scienze. Ma in filosofia – nota Kant – tot capita, tot sententiae (tante teste, altrettante opinioni).

Da una parte i procedimenti induttivi e sperimentali, cari agli empiristi, non generano conoscenze universali e necessarie, ossia dotate di valore scientifico, ma mere credenze (come dimostra Hume), d’altra parte i procedimenti deduttivi, cari ai razionalisti, pur sembrando corretti e muovendo da premesse che sembrano evidenti, sortiscono a risultati tra lor spesso incompatibili (cfr. le divergenze tra Cartesio e Leibniz sulla costanza della quantità di moto), ma soprattutto, se portati, dialetticamente, alle estreme conseguenze, generano antinomie (aporie, paradossi), come abbiamo visto già in Platone.

La soluzione può venire da qualche forma di integrazione tra ragione ed esperienza. Ma quale?

Hume risveglia Kant dal “sonno dogmatico” e gli suggerisce la cosiddetta “rivoluzione copernicana“: i principi innati della ragione si riferiscono al modo di conoscere del soggetto non alla realtà esterna. È il compimento della parabola soggettivistica iniziata dal “cogito” cartesiano..

La rivoluzione copernicana di Kant consiste nell’attribuire le leggi della natura che, come per i razionalisti, gli appaiono necessarie e universali, a noi stessi. Il che evita di cadere nel problema cartesiano della dimostrazione della loro validità reale (con il problematico ricorso alla garanzia offerta da Dio).
Secondo Kant, infatti, è più facile fondare le scienza sul soggetto che sull’oggetto.

N. B. Anche il sillogismo, secondo Kant, funziona in ragione delle nostre strutture mentali. Aristotele, cioè, non avrebbe scoperto regole valide in assoluto, ma solo relative al funzionamento della mente umana. La stessa cosa varrebbe per le leggi scoperte da Newton, Galileo ecc.

  • Ma che significa che la scienza si fonda sul soggetto invece che sull’oggetto?

L’uomo, come scrive Kant nell’Introduzione alla seconda edizione della Critica della ragion pura, “può conoscere la natura solo in quanto ci mette qualcosa di sé.”

Come Copernico ha spostato il centro dell’universo dalla Terra al Sole, così Kant sposta il centro della conoscenza dall’oggetto al soggetto. Le leggi sono vere perché le costruiamo noi stessi. Restano vere, quindi, fintanto che noi siamo uomini (abbiamo la stessa struttura mentale).

La “natura” è il nostro modo di percepire la realtà. Se metto occhiali dalle lenti rosse vedo il mondo rosso perché gli occhiali (metafora della mente umana) sono rossi e non già perché il mondo sia rosso.

  • Ma anche altri autori – mi sembra – avevano riconosciuto che alcune della qualità che attribuiamo ai corpi sono soggettive…

Certo. Già Galileo, Cartesio e Locke avevano considerato soggettive o secondarie certe qualità strettamente dipendenti dai sensi umani (colori, sapori, suoni ecc.), tali cioè da esistere solo per il soggetto che le percepisce (per noi e non “in sé”).

Kant, portando alle estreme conseguenze l’inclinazione soggettivistica del pensiero moderno, propone che anche le qualità cosiddette primarie od oggettive (p.e. massa, volume, tempo, accelerazione ecc.), che si considerano proprie degli oggetti in natura indipendentemente dall’osservatore (in sostanza quelle che oggi chiamiamo “grandezze fisiche” e “proprietà geometriche”), siano il prodotto di una costruzione “mentale” del soggetto.

Infatti queste cosiddette qualità “oggettive” – nota Kant – dipendono anch’esse, essenzialmente, da un “sistema di riferimento” spaziale e temporale e da una serie di “concetti puri”, propri del soggetto conoscente (come p.e. quelli di “sostanza” o “cosa” e di “causa”): è dal soggetto, dunque, che esse dipendono, non diversamente dalle qualità cosiddette soggettive.

La sola differenza è che le qualità oggettive sono “uguali” per tutti i soggetti umani (sani), mentre quelle cosiddette “soggettive” possono variare da persona a persona. Come un cane o un daltonico percepiscono diversamente ciò che alla maggior parte di noi appare rosso, così un’ipotetica creatura extraterrestre potrebbe percepire lo spazio a otto dimensioni, il tempo al rallentatore o all’inverso ecc.

Secondo Kant, in questa prospettiva, una certa sequenza di eventi può essere interpretata, ad esempio, mediante la categoria della causa e dell’effetto (cfr. l’esempio delle palle da biliardo di Hume) perché la nostra stessa mente elabora l’input che le proviene dalla realtà esterna (che deve esistere indipendentemente da noi ma di cui ignoriamo tutto) generando il fenomeno (l’immagine mentale) di un certa sequenza spaziotemporale.

In ultima analisi i fenomeni obbediscono a leggi fisiche solo perché queste non sarebbero altro che leggi logiche (cioè leggi della nostra mente, della “ragione”, dice Kant). Noi saremmo in grado di prevedere i fenomeni perché saremmo noi stessi a imporre loro le regole in base alle quali si possono produrre.

N. B. La “rivoluzione copernicana” (il cambiamento di prospettiva), introdotta da Kant nella teoria della conoscenza (nella filosofia teoretica), si riverbera anche in campo etico ed estetico.

In tutte le sue forme il sapere, secondo Kant, dipenderebbe dal soggetto conoscente piuttosto che dalle “cose”. In campo etico, quindi, si tratta di agire secondo criteri soggettivi (per quanto razionalmente fondati e, in questo senso, intersoggettivi), mentre in campo estetico si tratterà di riconoscere come “bello” e come “sublime” qualcosa che appare tale ai nostri sensi, sulla base di una serie di regole legate al funzionamento del nostro apparato percettivo e della nostra mente, senza riferimento a un “bello” preteso “assoluto”.

 

di Giorgio Giacometti