La filosofia moderna (se esiste)

  • Che cosa contraddistingue la modernità?

“Moderno” deriva dal latino “modo” nel significato di “adesso, ora” (da “modo” deriva, ad esempio, il romanesco “mo’” in frasi come “E mo’ che je dico?”).

Dunque “moderno” è ciò che è contraddistinto da assoluta “novità” (tant’è che in tedesco per indicare l’ “evo moderno” si dice “Neuzeit“, letteralmente: “epoca nuova”).

  • Una filosofia che si pretende moderna, dunque, è una filosofia che si propone come radicalmente nuova?

Esattamente, Sotto questo profilo possiamo riconoscere in Francesco Bacone da Verulamio e in Renato Cartesio i due iniziatori di questa (pretesa) filosofia.

  • Per quale ragione?

Perché entrambi, anche se in modo diverso, hanno esplicitamente inteso fare “terra bruciata” della “tradizione” filosofica e ricominciare da capo la ricerca, seguendo un metodo (a loro direnuovo e più rigoroso rispetto a quelli seguiti in passato.

  • La modernità della (loro) filosofia consiste dunque soltanto nella sua novità?

La modernità contraddistingue anche il peculiare approccio alla conoscenza che da questi autori è derivato, un approccio che per essere radicalmente nuovo si è voluto centrare sul soggetto stesso della conoscenza;

  1. sia che, come in Cartesio, sia messo in gioco il procedimento razionale mediante la quale tale soggetto può acquisire conoscenza;
  2. sia che, come in Bacone, sia messa in gioco l’esperienza che tale soggetto può acquisire, secondo un metodo rigoroso.

La filosofia moderna, che si dibatte, pertanto, tra razionalisti ed empiristi  (a partire da Cartesio e Bacone, iniziatori rispettivamente dell’una e dell’altra corrente), rifiuta, in ogni caso, radicalmente il principio di autorità.

Ma in questo modo la filosofia moderna finisce per rifiutare anche la forma del dialogo (tra maestro e discepolo) che, da Socrate in poi, contraddistingue il metodo fondamentale dell’esercizio filosofico.

Certo, l’esercizio della meditazione (esercitata ad esempio da autori come Cartesio o Montaigne) può essere intesa come una forma di “dialogo dell’anima con se stessa” (secondo la definizione che Platone dà della dià-noia, cioè del pensiero, nel Teeteto, cfr. 189e, e nel Sofista, cfr. 263e)…

Tuttavia, l’esercizio della “meditazione”  – che si denomini come tale (come in Cartesio e in autori successivi fino a Edmund Husserl) o, come accade più spesso, sia tale solo implicitamente (come negli Essays di Montaigne) – , lungi dall’inserirsi all’interno di un’autentica tradizione filosofica, si traduce e tradisce in età moderna, per lo più, nel genere letterario del trattato; un libro nel quale viene esposta la “dottrina” del rispettivo autore, sempre più in forma di sistema.

Tale evoluzione è resa possibile dalla forma esclusivamente scritta che la filosofia assume, già acquisita nella scolastica medioevale,  definitivamente consolidatasi dopo l’invenzione della stampa ad opera di Gutenberg.

L’interlocutore, anche solo eventuale o immaginario del “discorso” filosofico, viene così espunto dal “dialogo” e la “filosofia” diventa un lungo “monologo” (interrotto solo dallo spazio sordo che separa un libro dell’altro) quale essa è ancor oggi.

È quindi legittimo dubitare che si tratti ancora di “filosofia” in senso pieno.

Tuttavia, in ossequio al “senso comune” del nostro tempo  (che confonde l’autentica, originaria filosofia con il suo insegnamento scolastico e universitario) in questa sotto-sezione del sito trattiamo del “pensiero moderno” come se fosse pur sempre “filosofia”.

di Giorgio Giacometti