Come rendere ragione [Lògos] della speranza che è in me

In questa sezione del sito sviluppo una theorìa filosofica, intesa etimologicamente come visione complessiva del mondo , suffragata da significativi indizi confermativi, anche se non da prove.

Secondo il modello delle scuole di filosofia antica (in particolare di quelle dell’età ellenistica) articolo tale theorìa nei tre rami della logica, della fisica e dell’etica, avvertendo, tuttavia, che si tratta di rami fittamente intrecciati tra loro.

La fisica, infatti, va intesa come filosofia della natura, ossia come l’elaborazione di un insieme di ipotesi volta a salvare (cioè a rendere ragione di) ciò che appare (i fenomeni) “fuori”, ma anche “dentro” di noi.

Poiché in tale elaborazione è coinvolto (letteralmente inviluppato) colui stesso che la svolge (chi scrive queste righe) tale fisica sviluppa

  1. sia un’etica, nella misura in cui investiga come l’agire della natura universale si individua nell’anima di colui che la indaga (sicché l’etica incorpora anche una psicologia),
  2. sia una logica, nelle misura in cui investiga limiti e condizioni della conoscenza a cui tanto la fisica quanto l’etica mettono capo.

La logica di cui qui si tratta, infatti, non va intesa come logica formale, ma va intesa nel senso antico di sapere riflessivo intorno allo stesso Lògos (inteso come linguaggio e come ragione) che, pervadendo la natura, guida anche colui che la investiga: dunque, come un’epistemologia e una gnoseologia.

  • Perché hai ritenuto di esporre questa complessa theorìa? Nel libro Platone 2.0, che dà il titolo a questo sito, non argomenti estesamente come sia impossibile ridurre la filosofia a dottrina, tanto meno esposta per iscritto, sostenendo che soltanto il dialogo orale sia il luogo privilegiato dell’elaborazione filosofica?

spesParafrasando La prima lettera di Pietro, 3, 15, mi sono deciso a questo passo, perché avverto l’esigenza crescente di rendere ragione della speranza che è in me. E non solo per questo: anche per suggerire la possibilità di nutrire questa speranza a tutti coloro che disperano.

  • Che cosa intendi?

Nella mia attività di docente di Filosofia e di filosofo consulente ho effettivamente finora sempre privilegiato l’esercizio dell’interrogazione rispetto a quello della proposta.  Penso, infatti, che la filo-sofia, essenzialmente vuota di contenuti dottrinali (secondo il paradigma socratico-platonico, cfr. ancora Platone 2.0, § 5.2.3, p. 432 e ss.), debba consistere fondamentalmente in un dia-logo inesauribile, capace sì di ri-velare la verità che ha di mira, ma al di qua di qualsivoglia pretesa di ridurla a questa o quella tesi sul mondo.

  • Per questa ragione ti sei sempre sottratto, davanti ai tuoi studenti così come ai tuoi consultanti, al dichiararti di destra o di sinistra, ateo o credente, spiritualista o materialista…

A parte il fatto che tali “etichette” rischiano di nascondere, piuttosto che manifestare, ciò che realmente uno è e pensa, non volevo “condizionare” i miei interlocutori con l’anticipazione di “tesi” o “dottrine” che, in un genuino dialogo filosofico, così come in una sana pratica di insegnamento, dovrebbero soltanto, semmai, risultare al termine di un lungo confronto.

  • E ora? Perché hai deciso di esporti?

Superata la metà del secolo di vita, accumulate numerose esperienze esistenziali e culturali, non desidero più sfuggire, ipocritamente, a chi mi chiede ragione del mio stile di vita.  Credo, dunque, di poter osare, non già affermare perentoriamente qualcosa, ma almeno esprimere alcune intuizioni che ho maturato, in forma dubitativa e problematica, come ipotesi da offrire alla meditazione del lettore. Si tratta di credenze che, lungi dal poter essere dimostrate, costituiscono ad oggi la giustificazione e lo sfondo della mia condotta di vita, qualcosa, appunto, che può rendere ragione, in qualche modo, della mia, anzi della nostra speranza. 

  • Ma, se queste ipotesi o credenze sono così dubbie, come intendi proporle? Se non possono essere dimostrate, come possono essere sostenute?

In due modi, fondamentalmente: mostrando

  1. per un verso, l’inconsistenza (contraddittorietà, inverosimiglianza) di tutto ciò che loro si oppone;
  2. per altro verso, la congruenza di tali ipotesi con l’esperienza che abbiamo del mondo e di noi stessi, la compatibilità con quanto viviamo.

Ciò tuttavia – ti avverto – non può bastare a dimostrare la loro “verità”. Non è, infatti, possibile escludere che, sviluppando le implicazioni nascoste della mie credenze, possa emergere qualche inavvertita contraddizione (cfr. Platone 2.0, § 4.5.4, p. 396 e ss.) o che qualche nuova esperienza possa smentirle.

  • Ma come puoi, in quanto filosofo, convergere verso ipotesi comunque determinate? Non rischi di rinnegare la ricerca inesauribile che, a tuo dire, dovrebbe contraddistinguere il filosofare?

Così sarebbe se, misconoscendone il carattere ipotetico, assumessi queste credenze come verità, dogmaticamente. Viceversa, si tratta di non altro che modelli, tesi a “salvare i fenomeni”, come avviene nella scienza della natura.  In estrema sintesi si tratta di ipotesi, che avanzo, essendo disponibile a correggerle se ulteriori esperienze dovessero in tutto o in parte falsificarle. Non a caso esse vengono elaborate all’interno di quella che chiamerei una rinnovata “filosofia della natura“.

  • E come la mettiamo con l’ambiguità del linguaggio, su cui spesso insisti? Esporre per iscritto le tue ipotesi non potrebbe condurre a fraintenderle?

Senz’altro. Correrò questo rischio, avvertendone il lettore. Egli dovrà tentare di far risuonare nella propria anima le mie parole, proprio come quelle di qualsiasi altro filosofo o scrittore, per vedere “l’effetto che fa” (sperabilmente maieutico).

di Giorgio Giacometti