La libertà dell’Uno-tutto

  • Come impostare la questione etica in un orizzonte radicalmente monistico, come quello che offri su questo sito?

Cominciamo con l’osservare quanto segue. L’Uno-Tutto, ordine implicato, eternamente immutabile,  si esplica “liberamente” nel tempo della coscienza a una sola condizione: che ciò che appare sia coerente con se stesso in ogni “istante” (“exàiphnes“).

La coscienza che ho del mondo non è altro, infatti, che l’essere stesso del mondo così come si dà nella mia prospettiva, posto che l’essere si dà sempre solo in prospettiva.

Questo essere, questo “infinito del possibile” (come si esprime p.e. Eugenio Agosta) o, semplicemente, questo Dio può essere pensato come coincidentia oppositorum.  Tale potenza dell’essere può darsi sempre solo di volta in volta, di prospettiva in prospettiva, nel tempo  della coscienza lasciando venire in luce (passare all’atto) solo un insieme finito di “enti” tra loro apparentemente coerenti (“compossibili” nella terminologia di Leibniz).

  • D’accordo. Ma il tempo scorre… Come si succedono gli istanti di cui facciamo esperienza?

La mia ipotesi è che il tempo sembri scorrere per rendere compossibili gli incompossibili (le cose che non possono darsi simultaneamente, come un cerchio quadrato, ma che possono darsi in una sequenza lungo la quale p.e. un cerchio diventi quadrato). Tuttavia, tale scorrere è anche un apparire in quanto si dà solo per la coscienza (che ci possiamo rappresentare come in se medesima immobile, testimone, spettatrice). Ora in tale prospettiva vige una causalità formale sincronica piuttosto che una causalità efficiente o finale diacronica: niente di ciò che sembra precedere (per la precisione, nessun “ricordo” di quanto accaduto, dal momento che tutto si svolge per la coscienza) determina ciò che sembra seguire (ora), così come niente di ciò che accade ora avrà determinato quello che accadrà. Quanto precede costituisce solo una condizione (una somma di condizioni) per ciò che segue.

  • Ma nel tuo modello, che mutui dal David Bohm, non è tutto simultaneamente già dato nell’ordine implicato? Ciò sembra suggerire un rigoroso determinismo nello svolgersi degli eventi.

Tutto è simultaneo nel tempo dell’Uno che, tuttavia, è l’âion, non chrònos. Ma il modo in cui tutto è simultaneamente dato nell’ordine implicato, contrariamente a quello che si potrebbe credere, non comporta affatto che nell’ordine esplicato viga una forma di determinismo.

  • Come è possibile, se “tutto è già scritto”, se tutto è già “detto”, se tutto è fatum?

Supponi di contemplare un cubo da una certa distanza con un certo angolo visuale. Tutte le proprietà del cubo sono determinate e immutabili. Non c’è nulla che tu possa fare per modificarle. Tuttavia, se cambia la tua prospettiva lo puoi contemplare in infiniti modi diversi. Nessuna delle proprietà del cubo vincola il tuo spostamento. Si potrebbe dire: puoi costruire il cubo geometricamente in infiniti modi diversi, a condizione che rispetti alcune invarianti topologiche .

  • E sia. Ma chi cambia così liberamente la mia prospettiva? Sono io stesso a cambiarla o essa cambia per così dire accidentalmente, a caso?

Come sappiamo, in generale ogni “anima”, cioè ogni campo di forze in natura, è contraddistinto da un certo “fondo di indeterminazione” che può essere considerato, se guardiamo al fine che grazie a tale indeterminazione di fondo può essere perseguito, anche un “margine di libertà” in vista della produzione di qualche forma.

Si può ritenere, ad esempio, che il campo morfogenetico che governa lo sviluppo dei viventi sia anche responsabile della “correzione” di eventuali errori nella reduplicazione del RNA (o in qualsiasi altro processo coinvolto nella morfogenesi), “approfittando” di una certa indeterminazione che contraddistinguerebbe i processi morfogenetici a livello fisico e chimico.

Analogamente, si può ritenere che la “natura” scelga quale ramo dell’evoluzione dei viventi favorire in vista dell’emergere della coscienza (nell’uomo, per quel che ne sappiamo), senza, tuttavia, che tale scelta violi alcuna legge fisica, chimica o biologica, ma semplicemente “approfittando” di eventi (come la caduta di un asteroide sulla Terra) che possono apparire del tutto casuali.

Ciò che è all’opera, insomma, è una forma di downward causation, per la quale  “campi” o “anime” di grado superiore retroagiscono su campi o anime di grado inferiore orientandone lo sviluppo nelle direzione di determinati fini.

Anche a “noi” sembra di scegliere (di esercitare il cosiddetto “libero arbitrio”), godendo di un certo margine di libertà, che ci permette di guidare il nostro corpo, senza violare le leggi (fisiche, chimiche e biologiche) che lo governano (le proprietà immutabili del “cubo”, nella nostra metafora).

  • Tuttavia, “noi” non siamo guidati solo da “anime” (come gli altri animali), ma siamo anche coscienti di quello che desideriamo e operiamo.

Certo. Sorge dunque la questione se e come la coscienza possa determinare le nostre azioni.

In certa misura la questione è anche solo una questione lessicale. Se per “coscienza” intendiamo non soltanto ciò che in noi è testimone di quanto accade, dentro e fuori di noi, ma il “soggetto” che, essendo testimone di tanto, decide (in tutto e per tutto simile a un’anima) come reagire agli stimoli che gli provengono dall’ambiente (esterno e interno), possiamo attribuire alla coscienza stessa un certo margine di libertà.

Tuttavia, sembra più confacente alla natura della “coscienza” e al modo in cui tradizionalmente si definisce l “anima” (come il solo e unico principio del movimento) guardare alla cosa in un’altra prospettiva.

Cominciamo col considerare che, in ultima analisi, quella che sembra la “nostra” coscienza non è che la coscienza (una sola alla volta) che l’universo prende di se stesso, ogni volta da un peculiare punto di vista (in una certa prospettiva). Chi propriamente decide liberamente di fare una cosa piuttosto che un’altra è l’Uno in te, non sei tu come individuo separato. Ciò comporta che le ragioni della tua scelta solo apparentemente “volontaria” ti rimangono per lo più inconsce.

  • Puoi spiegarti meglio?

Quando “decidi” qualcosa un’anima che tende a qualcosa ti suggerisce la via che credi di avere “scelto”.

Se la scelta si rivelerà “sbagliata”, quella che si è propriamente illusa non è la coscienza, se la consideriamo testimone inattiva della tendenza, ma l’anima soggiacente (una delle forme che l’universo ha assunto), p.e. in quanto “anima irascibile” eccessivamente impulsiva oppure come campo morfogenetico di un certo organo che ha “creduto bene” sviluppare cellule tumorali.

Tutto è pieno di anime, ossia si muove verso forme apparenti, anche errando (p.e. le cellule tumorali, il nazismo come organizzazione politica ecc.), per via dell’indeterminazione di fondo, ai livelli superiori come a quelli inferiori dell’essere.

In ultima analisi “noi” (in quanto ciascuno di noi non è che l’universo stesso che prende coscienza di sé in una certa prospettiva e con una certa intensità), proprio come il nostro corpo “sconfina” col mondo, così facciamo esperienza senza soluzione di continuità di ciò che accade (di ciò che le anime che popolano il nostro corpo generano) “dentro” di noi e di ciò che accade “fuori” di noi.

L’insorgere di un tumore, l’essere colpiti da un fulmine o il soggiacere a un soprassalto di ira, in questo senso, sono eventi equivalenti  di cui prendiamo coscienza.

La coscienza che prende stanza in ciascuno di noi può essere considerata come l’acmé dell’anima dell’universo, cioè dell’universo in quanto è vivo, è mondo (si svolge nel tempo, nell’ordine esplicato).

Quando ci sembra di “scegliere”, dunque, p.e. se seguire un calcolo dell’utile o una passione travolgente, chi esattamente sceglie? Non “Giorgio Giacometti” o “Medea” ma l’universo che, in questa o quell’immagine di sé (in questo o quell’individuo, in questo “presente”), prende coscienza di sé.

Nella misura in cui l’universo, nel decidere, muove e si muove, esso può essere considerato, platonicamente, come anima, l’anima del mondo.

Possiamo rappresentarci, dunque, ad esempio la scelta di Medea di uccidere i propri figli per vendicarsi di Giàsone, nel modo seguente.

L’universo prende coscienza in Medea di un’ira enorme che sembra “occupare tutto lo spazio”; in pari tempo l’universo crede di sapere che uccidere i bambini che si amano sia qualcosa di male: insomma, l’anima del mondo prende coscienza di due sue manifestazioni contraddittorie e incompossibili (simultaneamente) che, convenzionalmente, possiamo denominare: l’anima irascibile e l’anima razionale (legata, in questo esempio, all’anima concupiscibile) “di” Medea.

  • D’accordo. Ma a questo punto che cosa accade?

L’anima del mondo si identifica con la sola anima irascibile di Medea e il “gioco” è fatto. Ciò che segue resta compatibile con l’ordine della natura, esattamente come se, nell’ultimo istante, in Medea fosse “prevalsa” l’anima razionale.

N. B. La via percorsa è certamente differente (tragicamente differente) da quella che sarebbe stata seguita da chi avesse perseguito immediatamente il bene. Tuttavia ciò non può comportare che il fine dell’universo (il bene) sia disatteso. Soltanto: esso è rinviato. La via intrapresa è tragicamente obliqua, ma il de-linquere (l'”abbandonare la retta via”) di Medea, come di chiunque, rientra nell’economia del tutto. L’acqua può scendere a valle per i più diversi rivoli. Sotto questo profilo ogni “colpa” è una felix culpa, perché, in qualche modo, ridonda prima o poi a beneficio del tutto: dal male nasce il bene, “non tutti i mali vengono per nuocere” e “i fiori spuntano dal letame”.

La coscienza, dunque, resta quello che è: testimone, vigile, di quanto accade apparentemente “dentro”  e “fuori” di noi (senza soluzione di continuità).

Chi propriamente sceglie (in quando decide e muove) siamo certamente “noi”, ma in quanto siamo il “tutto” (in senso proprio: l’universo) che si identifica con questa o quella parte: un’anima universale che si riconosce in questa o quell’anima particolare (del tutto legittimamente: poiché ciascun’anima non è che la stessa anima del mondo riguardata in una determinata prospettiva).

La differenza tra la scelta dell’anima universale e quelle compiute dalle anime delle parti del tutto è che solo la prima produce coscienza, in quanto la coscienza non è che la forma in cui l’universo stesso è (esiste, si esplica).

  • Come sorge, allora, l’illusione che a scegliere sia Tizio o Caio?

Ciò dipende dal fatto che l’universo stesso si è identificato in Tizio e Caio quando costoro sono “venuti alla luce” (della coscienza). Niente di strano che, quando Tizio o Caio fanno qualcosa, l’universo creda che a deciderlo siano proprio loro e non esso stesso.

Tuttavia, queste “identificazioni” non sono stabili. Poiché tutto  diviene, l’identità dell’individuo è fondata sulla memoria ed è labile: può essere interrotta da amnesia o da morte.

Dunque è meglio dire che chi sceglie è, di volta in volta, il tutto (nella versione – o ipostasi, persona – dell’anima del mondo), perché solo del tutto si può dire che sia cosciente.

  • Sia. Ma questa cosiddetta “scelta” è davvero libera, se, in ultima analisi, appare determinata dalla somma “vettoriale” delle forze (anime) in gioco?

In effetti, fino a questo punto, non sembrerebbe una scelta molto libera. Nella prospettiva finora esaminata potremmo affermare, con Eraclito di Efeso:

Eraclito

Éthos anthròpo dàimon
[fr. 119 Diels-Kranz]

che si può intendere: “il carattere (éthos) è il destino (dàimon) per l’uomo”; o anche:  “si agisce secondo il proprio dèmone”…

Spesso, infatti, prendiamo coscienza del significato dei nostri desideri (dei fini delle nostre anime) per i loro effetti: scopriamo a che fine ci siamo sposati: lo scopo (il fine che credevamo di avere) era magari la felicità con lui o con lei, ma il fine (lo scopo che si davano – a nostra insaputa – le anime che si agitavano in noi, nelle quali si esprimeva, forse, l’inconscio di cui hanno trattato Freud e Jung, l’anima del mondo o, se si vuole, la Divina Provvidenza) era magari la nostra riproduzione, il dare alla luce un figlio.

In questo senso ciò che determina il nostro comportamento (èthos) non siamo assolutamente noi, in ciò di cui siamo coscienti, ma piuttosto i dèmoni che ci abitano, le nostre anime, in quanto tessono, come le divine Parche, il nostro destino, del quale solo a posteriori o, chissà, forse solo dopo la morte (o forse compiutamente mai), comprenderemo l’ultimo significato.

O, per lo meno: ciò di cui siamo coscienti determina il nostro agire solo indirettamente (non come se “applicassimo” all’agire quanto “valutato” come scelta “migliore” dopo una disamina cosciente e “razionale”):

  1. per gli effetti che inconsciamente e immediatamente la nostra presa di coscienza (conseguita magari a seguito di una pratica filosofica) ha sul nostro corpo (attraverso la nostra anima);
  2. per il fine che l’anima inconsciamente si dà di rendere coscienti determinate forme dell’essere, di farle ex-sistere (se è vero che il fine ultimo dell’anima – anche del mondo – è quello di far pervenire a coscienza il possibile, di risvegliarlo, di portarlo alla luce, di farlo essere, costringendolo, di tempo in tempo, nei vincoli di una almeno provvisoria coerenza).
  • E che ruolo gioca il libero arbitrio? Non si era detto che non vi sono cause diacroniche, ma solo sincroniche? L’indeterminismo di fondo che si registra in natura non permette di postulare un margine di libertà nell’azione?

Certo, nelle diverse anime e, dunque, anche in quelle che pervengono a coscienza di sé e del mondo; ma a condizione di tener conto del fatto che chi agisce in modo totalmente libero è l’Uno piuttosto che l’individuo separato, al quale le ragioni di fondo delle decisioni che l’Uno assume restano inconsce.

  • A me sembra che in questa luce il libero arbitrio dilegui…

Non completamente… Osserviamo che, se alla coscienza (che appare a se stessa individuale, soggettiva), cioè nell’ordine esplicato, il tempo appare come chrònos, esso nasconde, tuttavia, anche sempre un kairòs.

  • Che cosa intendi?

L’apparente necessità della sequenza crono-logica degli eventi, “fotografata” dalle leggi di natura, non è che un effetto della memoria che ogni presente serba di ciò che lo precede (ed è tanto più forte quanto più viva è tale memoria).

Sussiste, in generale, una credenza, in gran parte inconscia, fondata su una solida abitudine  che le cose debbano accadere secondo determinate sequenze. Di qui l’apparenza di una causalità diacronica, oltre che sincronica…

  • Se così fosse, sarebbe sufficiente accorgersi che si tratta solo di una credenza per smettere di avere certe aspettative…

La cosa non è così semplice. Queste “aspettative”, infatti, non ce l’abbiamo tu o io, come individui separati, ma sono credenze inconsce dell’Uno-Tutto che si esplica ora in me, ora in te. Come tali, esse non sono suscettibili di revisione attraverso il mero “pensiero”, l’opinare. Neppure una dimostrazione razionale è sufficiente, in quanto essa è sempre segretamente esposta all’aporia. Solo un’intuizione della mente potrebbe riuscire a mettere tra parentesi tali credenze.

Ho ragione di credere che tale atto possa essere reso possibile soltanto come esito di pratiche ascetiche (p.e. esercizi di yoga o, in generale, di meditazione).  Non si tratta, infatti, solo di dubitare che al lampo segua necessariamente il tuono, ma di disporsi in una prospettiva nella quale al lampo potrebbe effettivamente non  seguire alcun tuono, insomma assistere a eventi che rompono con le normali “attese” tanto del senso comune, quanto della “scienza”.

  • È in questa eventuale rottura dell’ordine apparente che si potrebbe situare l’esercizio della nostra libertà? Tu, però, hai suggerito or ora che, a certe condizioni, si possa assistere a tale rottura. Ma la questione è se si possa anche provocarla.

Bisogna vedere che cosa intendi per questa “provocazione”. Come abbiamo osservato, vi è una precisa distinzione tra anima e coscienza: l’insieme dei desideri, anche contraddittori, nell’immediato, che ci muovono, per lo più inconsci, di contro alla coscienza che ne abbiamo, sempre parziale e spesso confusa.

  • Da quello che dici sembra che le ragioni delle scelte che compiamo siano destinate a sfuggirci sempre. Inoltre, se ho ben inteso, a scegliere sarebbe sempre l’universo, l’intero, in quanto si manifesta (prende coscienza di sé) in me o in te… Ma, insomma, tale scelta è libera? Sarebbe potuta essere diversa da quella che è?

L’annoso problema del libero arbitrio può essere risolto, se ci rifletti, solo distinguendo, come finora abbiamo fatto, le anime che popolano l’universo (i campi di forza che lo pervadono, i quali si sviluppano in un “tempo“, che, in certo modo, essi stessi determinano evolvendo, secondo leggi inflessibili) e la coscienzauna sola alla volta, che, adessoqui, l’universo  prende di se stesso.

Come ha osservato una volta il fisico David Bohm, infatti, il vero problema su cui si infrange la fisica contemporanea, tanto nella versione della relatività di Einstein, quanto in quella della meccanica quantistica, è l’origine del presente.

Dice Bohm (in un fondamentale dialogo con Rupert Shedrake):

Stranamente, la fisica al momento non ha alcun contatto con la nozione di attualità. [...] Nella fisica quantistica, non c'è nessuna concezione di una qualsiasi attualità, visto che la fisica quantistica sostiene che le sue equazioni non descrivono niente di attuale, esse descrivono semplicemente la probabilità di ciò che un osservatore potrebbe vedere se possedesse uno strumento di un certo tipo, e quest'ultimo è pertanto supposto essere necessario per l'attualità del fenomeno ecc.

Le equazioni, elaborate dalla fisica dei quanti (ma questo vale anche per la relatività di Einstein), che consentono di interpretare i fenomeni osservabili, non permettono, in ultima analisi, di “distinguere” il presente in cui l’osservazione stessa si svolge dalle altre “estasi” (Heidegger) o “distensioni” (Agostino) temporali.

Per la precisione: il presente figura come un presupposto a partire dal quale le equazioni possono essere scritte (poiché per scriverle è necessario prendere le mosse da osservazioni [p.e. dalle figure di interferenza che appaiono su uno schermo su cui è proiettato un fascio di luce nel tempo t0]), ma il tempo “presente”, in quanto tale (p.e. come tempo contraddistinto dall’osservabilità dei fenomeni), non può venire mai “dedotto” o “derivato” da un sistema di equazioni (almeno all’interno degli attuali modelli di universo).

quanti

Il presente, dunque, sembra sfuggire a qualsiasi “predeterminazione”. Esso è incalcolabile. Per la precisione: non è incalcolabile la velocità raggiunta “ora” da questo determinato oggetto, se si ha un numero sufficiente di informazioni riguardo allo stesso oggetto – poniamo – un secondo fa. Quello che resta indeterminato è perché tale velocità debba essere raggiunta proprio “adesso”. Ciò che resta indeterminato è il presente in quanto presente, non in quanto “luogo” in cui si manifestano determinati effetti di determinate cause.

Ora proprio tale indeterminabilità dell’adesso potrebbe conferire al presente un caratteristico margine di libertà (da un caratteristco “gioco”), come ci suggerisce Henri Bergson:

Si chiama libertà il rapporto tra l’io concreto e l’atto che compie [...] Per la sola pretesa di scomporre il tempo concreto, se ne srotolano i momenti nello spazio omogeneo; al fatto che si sta compiendo si sostituisce il fatto compiuto [...], la spontaneità si risolve per noi in inerzia, la libertà in necessità. [...] L’atto libero si produce nel tempo che scorre, e non in quello trascorso ecc.
[Henri Bergson, Saggio sui dati immediati della coscienza (1889), cap. III, tr. it. in Opere 1889-96. Saggio sui dati immediati della coscienza. Materia e memoria. L’idea di luogo in Aristotele. Lettere, Mondadori, Milano 1986, pp. 127-28]

In questa prospettiva il “determinismo” varrebbe sempre e solo per il passato: “ciò che è stato è stato” e ne andrebbe riconosciuta la necessità (l’“innocenza del divenire”, per dirla con Nietzsche, cfr. Friedrich Nietzsche, Il crepuscolo degli idoli (1888), tr. it. Mondadori, Milano 1975: I quattro grandi errori, spec. §§ 7-8 L’errore della volontà libera, pp. 75-76).

  • Ma perché nel presente dovrebbe essere possibile ritagliarsi questo caratteristico margine di libertà?

Perché il presente non è altro che il tempo della coscienza e la coscienza (almeno in una certa interpretazione dei risultati della fisica dei quanti) sembra assolvere una funzione dirimente nella selezione del reale dal possibile (nell’estrazione di un universo coerente dal mare dei possibili universi in sovrapposizione di stati reciprocamente contraddittori o incompossibili). Possiamo rappresentarci (evocando Hegel e la setta esoterica dei Rosacroce) la coscienza come una “rosa” nella “croce” in cui si intersecano gli assi dello spazio e del tempo: vi si determina il reale, estratto dal possibile.

È precisamente in questa prospettiva che ho invocato il tempo anche come kairòs. In ogni istante si offre un’occasione da prendere o lasciare, a condizione che “io” (qui inteso come “anima” che prende coscienza di sé) mi elevi nella direzione della mia “natura” divina. Tanto più posso liberamente de-cidere (krìsis) ciò a cui Dio ora (in un presente eterno) mi (pre)destina o determina (bestimmt) quanto più “io sono Dio“: l’attore è l’autore. In certe condizioni potrei perfino, come suggeriscono i Vangeli, muovere montagne, guarire infermi, resuscitare morti ecc. Chi opera – non dimentichiamolo – è sempre l’Uno-Tutto.

Chi operasse dalle altezze del Tutto, che qui e ora si fa cosciente (in lui), opererebbe (passerebbe dalla potenza all’atto) liberamente, in quanto l’operare del Tutto

  1. non scaturisce meccanicamente dall’operare antecedente (vige infatti causalità sincronica, non diacronica);
  2. è originario come quello che ha dato luogo all’universo (nel c.d. big bang): è infatti un operare immediato del Principio di ogni cosa, che, in quanto opera, si manifesta come anima del mondo.

La sola condizione, come detto fin dall’inizio, è che qualunque cosa l’Uno operi in me, essa sia coerente nel medesimo istante (non può fare cerchi quadrati!).

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di Giorgio Giacometti