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Plotino, un autore che non si smette di meditare

Plotino

Nel saggio Meditare Plotino il concetto di filosofia come esercizio dell’anima (cui è dedicato specificamente quest’altro scritto) vi viene sperimentato come guida ermeneutica per comprendere le Enneadi di Plotino, il celebre filosofo neoplatonico del III sec. d.C.

Tratto  da un seminario tenuto all’Università di Padova, nel “lontano” (ahimé) marzo 1994, questo saggio, che propone provocatoriamente, non già di “studiare” il (presunto) “pensiero” di Plotino (perduto per sempre), bensì, a partire dalla sollecitazione maieutica proveniente dalle Enneadi di Plotino, di sperimentare ciò di cui Plotino ha (forse) scritto,  non sembra aver perduto smalto (cliccare per credere).

Anche se non si condividessero gli esiti di quest’operazione, apparentemente “acosmici” (eleveremmo la nostra anima nella direzione dell’Uno-Tutto che noi stessi saremmo, ma che avremmo  “dimenticato” di essere), il suggerimento di vivere la filosofia, piuttosto che limitarsi a ripeterla più o meno stancamente o eruditamente, guadagna ogni giorno di attualità, che si parta da Plotino o da altre suggestioni.

Lo dimostra la domanda crescente di “pratiche filosofiche“, di “meditazione”, di “evoluzione spirituale”, in un mondo sempre più opaco, preda di un meccanismo economico e culturale , nel quale appariamo a noi stessi quasi più solo ingranaggi di una macchina che cammina, in modo sempre più oliato ed efficiente, verso nessun dove.

L’ampia letteratura su Plotino, molta della quale reperibile anche in rete, rende, certamente, spesso il giusto onore a questo autore, ma si limita, per lo più, a trattarlo sotto il profilo storiografico, talora approfondendone singoli, significativi tratti o mettendolo in relazione con le prospettive di altri autori coevi e successivi.

Il presupposto del saggio Meditare Plotino è, invece, quello dell’insufficienza di ogni strategia interpretativa, come sono tipicamente quelle di ordine storiografico, che si limiti a generare letture semplicemente coerenti di un testo filosofico, dal punto di vista formale. Si rivendica la possibilità che la sua esatta comprensione postuli una conoscenza in qualche modo indipendente degli “oggetti” di cui il testo tratta e, corrispondentemente, un grado di “elevazione” intellettuale congruente, pena l’equivocazione del messaggio. L’aporia in cui ci si imbatte, sotto questo profilo, non va risolta con distinzioni semantiche, ma considerata piuttosto la spia della necessità di un’intuizione intellettuale.

Il risultato paradossale di questo incontro con il testo antico è che se noi credevamo di interpretarlo, in verità è il testo che interpreta noi stessi (le nostre ansie e le nostre attese), se noi credevamo di interrogarlo, è piuttosto il testo che interroga noi e ci chiede conto, alla maniera di Socrate, del modo in cui viviamo.

E’ tutto informazione?

Supponiamo che l’altezza degli oggetti che vedi si dimezzi (che l’altezza dello schermo che hai di fronte si riduca da quaranta a venti centimetri e così tutto il resto). Supponiamo che, simultaneamente, anche la tua altezza si dimezzi e così quella dei tuoi organi di senso e, in generale, quella di tutte le cose (comprese le onde luminose che, provenienti dagli oggetti esterni, colpiscono le tue retine). Non ti accorgeresti di nulla, è vero? Poiché tutte le proporzioni sarebbero conservate, ti sembrerebbe che tutto fosse rimasto uguale.

Supponiamo ora che la riduzione della dimensione dell’altezza sia totale: la dimensione sparisce del tutto e il mondo rimane piatto, a due sole dimensioni, come nel romanzo Flatlandia di Abbott. Se, nonostante questa riduzione totale, le informazioni provenienti dagli oggetti esterni e decodificate dal tuo cervello fossero le stesse (come sarebbe ad ogni singolo stadio della progressiva riduzione, senza soluzione di continuità), ancora non ti accorgeresti di nulla, il mondo continuerebbe ad apparirti a tre dimensioni.

Supponi ora che anche le altre due dimensioni residue dello spazio (lunghezza e larghezza) si contraggano fino a scomparire, ma le informazioni che decodifichi continuino a rimanere le stesse. Ancora non ti accorgeresti di nulla. Saresti un punto coincidente con l’intero universo ma non te ne saresti minimamente accorto. Tutto sarebbe identico.

Ora, la mia tesi non è semplicemente: potrebbe essere proprio così, ciascuno di noi è l’universo stesso, contratto in un punto inesteso, anche se non se ne accorge.

La mia tesi è che è del tutto irrilevante la differenza tra questa ipotesi e l’ipotesi che, invece, le cose siano come appaiono (distese in tre dimensioni). Infatti, manca un sistema di riferimento “terzo” o una prospettiva a partire dalla quale sia possa giudicare quale ipotesi sia corretta. Esistono solo i sistemi di riferimento e le prospettive interne a questo universo.

Che cosa rimarrebbe inalterato? Rimarrebbero inalterate le informazioni.

Si dimostra, cioè, che, mentre lo spazio è apparente (la sua “esistenza” è una questione di prospettiva o di sistemi di riferimento), reali sono soltanto le informazioni e… il tempo (in quanto scandito in presente, passato e futuro, “luoghi” nei quali vicendevolmente l’informazione si manifesta o  rimane in “memoria”).

N.B. Resta, naturalmente, da chiedersi che cosa intendere per “informazioni”. Non si può trattare soltanto di sequenze di entità distinte e discrete (come 0 e 1), magari originatesi casualmente e selezionatesi naturalmente per competizione reciproca, e, infine, divenute capaci di una meccanica auto-replicazione, ma di tracce o segni che qualcuno possa decodificare o, meglio, interpretare essendo dotato di coscienza.

Come il segno, lasciato da una preda in fuga, è tale solo per il suo predatore, altrimenti sarebbe soltanto una “[f]orma” lasciata sul terreno, priva di qualsivoglia significato, così anche un’informazione è tale solo se si suppone qualcuno in grado di interpretarla come tale e di conferirle un senso.

Ma questo discorso ci porta lontano…

 

 

Inversione di essere e apparire

gocciaForse ciò che sembra essere… semplicemente appare,
mentre ciò che sembra apparire… veramente è.

  • Mi sembra un gioco di parole… A che cosa ti riferisci?

Comunemente siamo portati a pensare che dietro la superficie dei fenomeni (dietro ciò che appare), per esempio dietro un lampo, si nasconda ciò che è, per esempio una differenza di potenziale elettrico.

  • E invece?

Invece potrebbe essere vero il contrario. Il “lampo” è qualcosa che è esattamente come appare, nel “quadro” (in senso prospettico) in cui le cose “si dànno” (alla coscienza), ossia nel solo modo in cui le cose “ex-sistono”, vengono alla luce.

La spiegazione che si appella alla “differenza di potenziale elettrico”, viceversa, non è che un modo in cui possiamo interpretare ciò a cui assistiamo, proprio come lo era, in altri tempi, la spiegazione che attribuiva l’evento all’ira di Zeus. Ci “sembra”, oggi, che questa sia la spiegazione. In greco si direbbe che “dokèi“, appare che sia così, ma nel senso che tale è l’opinione (dòxa) corrente riguardo all’evento.

Più in generale la “cosa in sé”, dietro la superficie dei fenomeni, potrebbe non essere altro che l’esserci, ciò che “e-viene“, l’evento di cui parla Heidegger (Ereignis), il perì-echon, alcunché di ambi-ente, inclusivo di soggetto percipiente e oggetto percepito. Fenomeno, invece, è ciò che ci appare, il modo in cui interpretiamo l’evento o ce lo rappresentiamo.

In questo preciso senso possiamo intendere la celebre immagine del Vedanta: ciò che “appare” (viene interpretato/inteso come) un serpente, è in verità una corda.

Si tratta dello stesso identico “fenomeno”, interpretato diversamente, non di qualcosa che si nasconda “dietro” il fenomeno; o meglio, si tratta di qualcosa che si nasconde nell’evidenza stessa (nella luce) del fenomeno (come la lettera rubata di Poe/Lacan).

Sotto questo profilo, si può essere certi che “non vi è nulla di nascosto che non sarà rivelato”,  semplicemente perché è già tutto esattamente sotto i nostri occhi, si tratta solo di riconoscerlo.

Esserci: ovvero essere “in prospettiva”

Generalmente, quando ci si chiede che cosa intenda Heidegger (in Essere e tempo e altrove) con l’espressione “esserci” [Da-sein], si immagina che si tratti di un quasi-sinonimo di “coscienza” (il che è accettabile, ma solo in una determinata accezione di “co-scienza”), “individuo”, “essere umano” (il che è meno accettabile). Lo stesso Heidegger, a volte, sembra suggerire questa interpretazione, sebbene egli si sforzi di argomentare variamente il senso della scelta dell’espressione “esserci”.

Tuttavia, a ben vedere, l’esser-ci non è altro che la forma che l’essere, in generale, assume quando è percepito e concepito, ossia nel solo modo in cui esso è dato. “Ciò che è” è sempre qualcosa di determinato che appare ora, in un determinato modo e in un determinato luogo (“ci”, qui). Il “ci” di “esser-ci” è, dunque, il modo in cui l’essere si manifesta. In una parola: sempre in prospettiva.

Ciò non ha niente a che fare con l’identità di un individuo, meno che mai con la sua identità anagrafica.

L’esperienza della cosiddetta “parallasse di movimento” (cfr. M. Maraffa, A. Paternoster, Sentirsi esistere. Inconscio, coscienza, autocoscienza, Roma-Bari, Laterza, 2013, p. 101) semplicemente “illude” che “qualcuno” si sposti nello spazio e costituisca, per così dire, uno dei fuochi della prospettiva nella quale l’essere (“ci”) appare come “mondo” (l’altro fuoco, come sanno bene i pittori del Rinascimento, è il “punto all’infinito” delle linee prospettiche).

Lo “stadio dello specchio” di lacaniana memoria e la codificazione linguistica dell'”io” ad opera dei discorsi di coloro che circondano il focus prospettico in questione il-ludono progressivamente che questo focus (non altro che il modo in cui qui e ora l’essere prende coscienza di sé o, se si vuole, il modo in cui “Dio” si propone come testimone dell’essere) sia qualcuno. Lo sviluppo progressivo di una “memoria” sempre più coerente (o supposta tale) fa che nel “teatro” humeano della coscienza empirica si ritagli progressivamente un “io”, a cui sono attribuiti via via accidenti e proprietà sempre più ricchi e complessi. A questo “io” sono imputate anche azioni, di cui egli è considerato e, quindi, si considera responsabile o, finanche, colpevole.

Tra il “fantasma dell’io” e l'”esserci”, ossia il modo in cui l’essere ci si mostra, vi è dunque una differenza essenziale: quella che vi è tra un’ipotesi (interpretativa) e un fenomeno.

Questa differenza è marcata da quella che chiamerei reversibilità linguistica soggetto-oggetto.

La differenza tra diatesi attiva e diatesi passiva del verbo (tra “Vedo un fiore” e “Un fiore è veduto (da me)”), diatesi notoriamente reversibili l’una nell’altra, esprime la medesima differenza di punto di vista.

In “Vedo un fiore” l’ipotesi è che vi sia qualcuno, un soggetto, “io”, che compie un’azione su un oggetto. Paradossalmente, però, mentre il “fiore”, sia pure come oggetto ricostruito sulla base di un’idea, a partire da un fenomeno, è dato, l’io percipiente è solamente supposto.

In “Un fiore è veduto” si mostra con evidenza un contenuto di coscienza indubitabile (un’evidenza assai maggiore di quella dell’esistenza dell'”io” cartesiano). A tale asserzione posso aggiungere un “da me”, integrando il dato percettivo con l’ipotesi relativa all’io percepiente e così implementando la piena “reversibilità linguistica”.

Come suggeriscono le lingue contraddistinte da strutture di tipo “ergativo”, la diatesi passiva del verbo appare più originaria di quella attiva (anche se linguisticamente equivalente ad essa), in quanto maggiormente aderente all’effettiva esperienza.

In ultima analisi si può dire che “è” solo ciò che “è percepito” (Berkeley) e quindi “concepito”, “pensato” (Parmenide), prima che intervengano considerazioni sul soggetto percepiente.

Non a caso la centralità del soggetto è sostenuta tipicamente dal pensiero moderno, post-classico.  Per secoli si è ritenuto di poter riflettere sul mondo senza tematizzare esplicitamente il ruolo del soggetto percipiente.

Addirittura è completamente assente in lingua greca la nozione di “io”, intesa come “coscienza” individuale. Tale, infatti, non può essere considerta la psyche o “anima”, che assolve la funzione fondamentale di principio del movimento [Sotto questo profilo è certo più avanzata e completa, rispetto alla riflessione greca classica, quella sviluppata in ambito hindu, per la disponibilità della nozione di ahamkara].

Insomma, anche se “ciò che è” è sempre dato in prospettiva, questo modo di “esser-ci” non impegna a considerare “vera” l’identità anagrafica che gli è, per così dire, socialmente costruita attorno.

Leggi la versione completa e aggiornata di questo articolo….

Forze ed emergenze

Coloro che difendono una prospettiva materialistica o, come spesso si dice oggi, “fisicalistica” (ossia coloro che sostengono che tutto ciò che accade sia riducibile, prima o poi, a spiegazioni come quelle che oggi sono offerte dalla fisica, come scienza della natura) non ignorano che vi sono fenomeni che sembrano sfuggire a spiegazioni di questo genere.

 

A volte, come dal cappello del prestigiatore, viene tirata fuori la nozione di “emergenza“. Vi sarebbero proprietà, come quella di “bagnare”, riferita all’acqua, che, non pur non essendo proprie delle molecole d’acqua in quanto tali (una molecola d’acqua non bagna), “emergerebbero” a livello macroscopico a certe condizioni (di volume, di temperatura ecc.). Tali proprietà sarebbero irriducibili a quelle delle strutture di base, ma, in qualche modo, dipenderebbero causalmente da queste ultime (pur senza che si diano  necessariamente “leggi” che leghino esplicativamente proprietà emergenti e strutture di base), mentre le strutture di base e il loro funzionamento non subirebbero alcun condizionamento da parte delle proprietà e strutture emergenti (non opererebbe, insomma, alcuna downward causation).

Ad esempio, il fatto che l’acqua, in una certa quantità e a una certa temperatura, possa “bagnare” dipenderebbe dal modo in cui l’acqua è costituita a livello molecolare, ma ciò che accade nell’interazione tra le molecole d’acqua tra loro e con le molecole di altre sostanze sarebbe del tutto indifferente rispetto al fatto che (sopratutto: non sarebbe in alcun modo influenzato dal fatto che), macroscopicamente, accada o non accada qualcosa (p.e. che  questa determinata quantità d’acqua bagni o non bagni qualcosa).

Ciò dovrebbe preservare il fisicalismo; in particolare la cosiddetta chiusura causale del mondo fisico.

Ma è proprio così?

Un primo problema è posto dalla negazione della downward causation.

Se si può legittimamente dubitare che certe proprietà emergenti, come quelle dell’acqua, retroagiscano sul livello molecolare dell’acqua, è molto più difficile dubitare di altre “retroazioni”: il fatto che io sia cosciente di qualcosa, supposto che la “coscienza” sia una proprietà emergente da un certo livello di organizzazione neuronale, sembra determinare il comportamento del mio corpo anche dal punto di vista di interazioni microscopiche, come sono quelle elettriche implicate nella trasmissione di segnali dal cervello ai muscoli attraverso il sistema nervoso.

Ma lasciamo pure da parte questo problema, senz’altro meno evidente per quanto riguarda le proprietà emergenti di sostanze inanimate, come l’acqua.

Quello che sfugge, in generale, è che le proprietà emergenti di qualcosa, derivabili o meno che siano da quelle delle strutture di base di questo stesso qualcosa, presuppongono, come ho già suggerito a proposito delle proprietà emergenti dell’acqua, alcunché di straordinario, qualcosa che per una serie di ragioni (tra cui quelle suggerite tra parentesi qui sopra) sembra rompere col fisicalismo: il soggetto percipiente. Niente soggetto percipiente, niente proprietà emergenti.

Controprova. Supponiamo un universo privo di soggetti percipienti. Che cosa potrebbe significare il fatto che l’acqua bagni sotto il profilo strettamente fisico? Assolutamente niente. In assenza di soggetti percipienti non vi sarebbe quel “livello macroscopico” nel quale (nella prospettiva del quale) si dànno proprietà emergenti. Tutto, ivi compresi i fenomeni biologici (che non sarebbero riconosciuti come tali), potrebbe venire descritto nei termini di punti metafisici (all’interno di un sistema cartesiano a quattro o più assi) o, se si preferisce, di particelle subatomiche in interazione reciproca, secondo le leggi fondamentali della natura, senza alcun bisogno di postulare alcunché di “emergente”.

Ciò vale anche nel caso particolare della causalità macroscopica. Con Jerry Fodor possiamo distinguere tra la nozione di “spiegazione causale”, relativa al livello macroscopico (obbediente ai criteri di Hempel, relativi alla costruzione di “leggi di copertura”), restituita da proposizioni come “L’impetuosità dell’acqua del fiume è causa della rottura degli argini del medesimo”, tale da mettere in relazione, come in questo caso, proprietà emergenti, e la nozione di “efficacia causale”, valida soltanto a livello microscopico, che esprimerebbe l’effettiva relazione di causa-effetto fisicamente operante al di sotto della “superficie” macroscopica (nel caso dell’azione del fiume sui suoi argini si tratterebbe dell’insieme delle micro-azioni, descrivibili in termini elettrici, meccanici ecc., compiute da un determinato insieme di particelle, necessarie e sufficienti a determinare quello che macroscopicamente appare come “rottura degli argini”).

Come lo stesso esempio del fiume suggerisce, la “causalità macroscopica” è tale non in se stessa, ma solo per qualcuno  che sussuma una determinata successione di eventi sotto una determinata “legge di copertura” geologica/geografica, in funzione esplicativa, mentre si avrebbe “efficacia causale” (sotto il profilo strettamente fisico), se Fodor ha ragione, indipendentemente dal livello dell’osservazione. Dunque, ciò che fa la differenza è che in un caso un osservatore (soggetto percipiente) è presupposto, mentre nell’altro no.

Dunque chi invoca la nozione di proprietà emergenti invoca surrettiziamente (occultamente) qualcosa come una “coscienza” come alcunché di  implicato nel fenomeno che pretende di descrivere. Come dire: l’emergentismo è un critpto-idealismo (o, almeno, un cripto-criticismo).

 

Ma la sorpresa maggiore ci viene dalla nozione di “forza“, comunemente associata a una descrizione puramente fisica del mondo.

Che cosa sarebbero le forze senza qualcuno che le percepisse, ne misurasse l’intensità ecc.? Assolutamente niente.

Infatti, possiamo tranquillamente rappresentarci l’universo “fisico”, secondo l’intuizione di Cartesio, rinverdita della teoria della relatività di Einstein, come un insieme di punti materiali (o di particelle subatomiche, se si preferisce) all’interno di un sistema di assi cartesiani (4 o anche più), al quale possiamo ricondurre anche quello che percepiamo come “tempo“.  In questa “prospettiva” l’azione esercitata da un corpo su un altro o, ancora più chiaramente, l’azione a distanza che un grave esercita su un altro sulla base delle leggi che presiedono all’attrazione gravitazionale (o quella tra due cariche elettriche in  base alle leggi dell’elettromagnetismo) può essere “ridotta” a un valore derivante dalla soluzione di un’equazione, senza alcun riferimento a ciò che comunemente intendiamo come “forza”. Come aveva già intuito Ernst Mach, in effetti la forza non esprime altro che il prodotto della massa di un corpo per la sua accelerazione. Se quest’ultima è considerata all’interno di un sistema di riferimento a 4 assi (comprendente un asse del tempo), essa si riduce a una semplice curva all’interno del sistema.  Ora una curva obbedisce a un’equazione, non subisce l’effetto di forze!  La forza si rivela sempre e comunque per quello che è: una forza apparente.

Ma il punto interessante è un altro. La forza (proprio come il tempo che essa presuppone) riappare come tale se consideriamo che noi la percepiamo come tale. Siamo noi quelli per cui appaiono forze.

In estrema sintesi possiamo quindi concludere: l’universo fisico differisce da un universo puramente matematico (geometrico) solo perché qualcuno lo percepisce come tale. Il paradosso del fisicalismo è dunque questo: per essere coerente fino in fondo (per ridurre ogni tipo di spiegazione a una spiegazione di tipo fisico) esso deve dissolversi, perché deve introdurre nella spiegazione che dà dei fenomeni la coscienza, come alcunché di fisicamente irriducibile (se non altro come condizione trans-fenomenica dell’apparire dei fenomeni).

Religione, filosofia, scienza: per una rinascita della filosofia della natura

  • Nell’articolo sui Campi morfogenetici hai difeso l’ipotesi relativa all’esistenza di questi  “campi di forza” non locali, asserendo che essa “salverebbe i fenomeni”. Ma basta questa compatibilità con i fenomeni a rendere scientifica una teoria?

Per una certa nozione di “scienza”, come quella che propongono filosofi della scienza quali Feyerabend e Quine (per tacere di Platone), direi che potrebbe bastare. Ma supponiamo che non si tratti di una teoria scientifica…

  • Allora, sarebbe meglio tacerne, per non confondere la gente con ipotesi prive di valore scientifico!

Supponiamo, allora, per evitare “persecuzioni” (mediatiche o simili), che il sostenitore di teorie come quella del campo morfogenetico, quella delle stringhe, quella dell’universo olografico ecc. (piuttosto coerenti, nei limiti dell’ambiguità del linguaggio in cui sono “scritte”, e compatibili con i fenomeni che si propongono di “salvare”) non pretenda di trattarne come di teorie scientifiche. Dovrebbe tacerne?

  • Direi di sì, per non fare il gioco dei tanti ciarlatani che ne potrebbero approfittare per alimentare il ricco mercato dei prodotti New Age…

La tua osservazione presuppone quello che non puoi dimostrare, cioè che siano teorie false.

  • Ma esse sono intrise di “affermazioni” non verificabili!

Senz’altro, ma non per questo sono false o prive di senso, a meno che tu non voglia riesumare il criterio degli empiristi logici (Carnap, Neurath & co.), secondo i quali proposizioni non verificabili (empiricamente) sarebbero neppure false, ma addirittura prive di senso. Se così fosse, dovremmo considerare falso o privo di senso il cristianesimo, il buddhismo e simili e perseguitare magari come ciarlatani che abusano della credulità popolare coloro che vi si basano per organizzare le rispettive “chiese” e comunità.

  • Perché non ammettere, allora, che si tratta di “religione”? Puoi credere, se ti piace, ai “campi morfogenetici”, ma non puoi dimostrare che esistano! Vale lo stesso per gli extraterrestri…

Peccato che tra “credere” e “sapere” vi sia continuità. Non c’è nessun salto. Si crede a ciò che si reputa “utile” per rendere ragione di ciò che viviamo, osserviamo, sperimentiamo, senza poter mai dimostrare che sia “vero”: si tratti di molecole, atomi, campi elettromagnetici, campi morfogenetici, anime, angeli custodi, dèi morti e risorti per noi…

  • Intendi dire che religione e scienza sarebbero la stessa cosa?

Forse si tratta di “visioni” che tendono, rispettivamente, a un massimo di compatibilità con “esperienze del cuore” (o, se preferisci, di gratificazione di bisogni e desideri soggettivi) e a un massimo di compatibilità con fenomeni osservabili; ma, come detto, senza soluzione di continuità. Senza contare che dimentichiamo il “terzo incomodo” in questo duo, troppo spesso trascurato, forse perché scombina i giochi di credenti e scientisti  di ogni tempo; e fa saltare il tavolo.

  • Quale terzo?

La filosofia! Fa comodo considerarla pura speculazione, “meta-teoria”; o confinarla a questioni “etiche”, sottraendole quell’indagine sulla natura che fin dalle origini l’ha animata.

  • Filosofia della natura? Che non si riduca a “filosofia della scienza”?

Precisamente! Il C.I.C.A.P. (Comitato Italiano di Controllo sulle Affermazioni sul Paranormale) non solleva problemi se qualcuno crede (o fa credere ad altri, magari traendone lauti guadagni) nella liquefazione miracolosa del sangue di San Gennaro o anche semplicemente nella morte e resurrezione di Cristo, uomo e Dio; purché questi non dica che si tratta di “scienza”. Perché, allora, tu dovresti rompere i cabasisi”, per dirla con il commissario Montalbano (le celebre creatura di Camilleri),  (o dovrebbe farlo lo stesso C.I.C.A.P.) se qualcuno postula l’esistenza di un “campo morfogenetico” per rendere conto della differenziazione delle cellule di un embrione (processo che nessuno finora  ha saputo spiegare a fondo, meccanicisticamente)?

  • Perché costui toccherebbe una questione scientifica, “biologica”, per la precisione, suggerendo, anche solo implicitamente, ma senza prove, una visione alternativa a quella della scienza ufficiale (visione alternativa che potrebbe diventare perfino pericolosa, se, per esempio, si traducesse in corrispondenti pratiche pseudo-terapeutiche).

Nessuno può parlare di embrioni (p.e. umani) se non il biologo? Non ne può parlare, ad esempio, il sacerdote, scandalizzato per l’uso che se ne fa, quando magari li si distrugge a scopo di ricerca? Sarebbe come dire che se io mi sentissi triste e tu mi consolassi, eserciteresti abusivamente la professione di psicologo! Parleresti di quello di cui soltanto altri avrebbero diritto di parlare?

  • Mi sembra che il caso dello sviluppo delle cellule embrionali sia diverso… E’ troppo tecnico perché ne trattino “cani e porci”, privi di adeguata competenza!

A parte il fatto che Sheldrake, il teorico dei campi morfogenetici, è un biologo, permettimi, allora, di dare a chi ci legge un consiglio.

  • Quale?

Se vuoi parlare di questi temi, informati, documentati, riflettici e poi parlane da filosofo, filosofo della natura! Fai il terzo incomodo e vedi l’effetto che fa. Formula ipotesi, forse non verificabili, ma neppure falsificabili: credibili, dunque possibili, magari perfino verosimili. Saranno sempre più credibili delle “storie” della resurrezione di Cristo o del miracolo di San Gennaro, a cui moltissimi dànno credito senza scandalo per nessuno. Se ti perseguiteranno, non essere da meno del martire dei filosofi della natura: brucia sul rogo (auspicabilmente metaforico) su cui ti collocheranno (i credenti da un lato, i positivisti dall’altro), con lo stesso coraggio e la stessa parrhesìa di Giordano Bruno.

  • Eroico. Ma devi darmi qualche criterio per distinguere l’onesto investigatore “filosofico” della natura dal “lunatico ciarlatano” (per usare il termine che Jimmy Wales ha adoperato per giustificare la “politica” di esclusione da Wikipedia, di cui è co-fondatore, di pagine che, anche indirettamente, suffragassero tesi pseudoscientifiche, spacciandole per scientifiche).
  1. Il filosofo della natura onesto (anche se, essendo nutrito di epistemologia contemporanea, dubita dell’esistenza di un univoco “metodo scientifico”) non spaccerà come “scientificamente dimostrate” le sue “ipotesi” (che potrebbero essere considerate come esempi di “protoscienza”, qualcosa che potrebbe successivamente venire riconosciuto come scientifico, ma che manca ancora di un’adeguata validazione).
  2. Queste, inoltre, non dovranno neppure essere “scientificamente disconfermate” da evidenze sufficientemente forti.
  3. In linea di principio, inoltre, (ma vedi le limitazioni che porrò tra poco) vale il rasoio di Ockham: se una teoria scientifica spiega in modo esauriente un fenomeno o un processo, ulteriori speculazioni su di esso non hanno ragion d’essere.

Volgendo in positivo quest’ultimo criterio, si potrebbe dire che la filosofia della natura interviene con le sue speculazioni quando il fenomeno o il processo da spiegare non ha trovato ancora convincenti e/o esaurienti spiegazioni da parte della scienza attuale (come è il caso di molti fenomeni biologici e del fenomeno “vita” in generale).

  • E chi stabilisce quando una spiegazione scientifica è adeguata? Lo stesso filosofo della natura?

In molti casi sono gli stessi scienziati onesti a riconoscere di basare le loro teorie su programmi di ricerca o paradigmi efficienti, ma non per questo validati in tutti i loro aspetti (come p.e. la teoria dell’evoluzione per selezione naturale). In tali casi appare del tutto legittimo proporre nuove ipotesi, a condizione che a propria volta non le si presenti come validate scientificamente.

In generale saranno preferibile le ipotesi più semplici ed eleganti a quelle più articolate e complesse.

Ad esempio, è certamente più elegante interpretare, come fece Darwin, i differenti caratteri evoluti dalle diverse specie di fringuelli delle isole Galapagos come effetto di “selezione naturale” di caratteri più adatti ai rispettivi ambienti, mentre sarebbe “barocco” invocare un intervento “artistico” di Dio a giustificazione di ogni singolo “nuovo” carattere.

Viceversa appare “barocco” cercare di spiegare, come pure ci si ostina a fare, la differenziazione morfogenetica delle cellule originariamente totipotenti di un organismo appellandosi a incredibilmente complessi (e sconosciuti) meccanismi biochimici, quando si può ricorrere alla semplice ed elegante ipotesi di un “campo morfogenetico”.

Si potrebbe, poi, aggiungere un ulteriore criterio guida per le ipotesi protoscientifiche avanzate dal filosofo della natura; criterio che potrebbe limitare la portata del rasoio di Ockham sopra evocato.

  • Quale?

Queste ipotesi scaturiranno, verosimilmente, da una reinterpretazione globale dell’esperienza (ad esempio, in senso “olistico” piuttosto che “meccanicistico”). Ora, tale quadro o cornice potrebbe rendere plausibili o, comunque, meritevoli di ulteriori indagini anche ipotesi apparentemente superflue in presenza di spiegazioni “meccanicistiche” apparentemente esaurienti.

  • Ma la scienza meccanicistica ha mietuto finora successi enormi, che sono sotto gli occhi di tutti, mentre altre “visioni del mondo” (come quella antica o quelle “orientali”), per quanto filosoficamente seducenti, sovente contraddistinte proprio da un approccio di tipo “olistico”, non sembrano, tuttavia, aver dato gli stessi risultati, in termini di comprensione della natura e di sviluppo tecnologico.

Bisognerebbe intendersi sul concetto di “risultato”. Inquinare o devastare l’ambiente è certo un “risultato”, ma è poi così desiderabile? Ma ammettiamo, senza concederlo, che la scienza “moderna” abbia mietuto solo successi. Sei certo che essa possa essere ascritta interamente a un paradigma meccanicistico?

  • Ma come! Prima ti scagli contro il paradigma scientifico, poi gli attribuisci virtù insospettabili?

La critica che la filosofia può e deve esercitare riguarda il riduzionismo meccanicistico di matrice positivistica, non il sapere scientifico in generale. Anzi, essa può aiutare tale sapere a ritrovare la strada che da Galileo Galilei e prima ancora, in età classica, essa aveva imboccato.

  • E quale strada sarebbe?

La scienza nasce con la stessa filosofia. Fin dalle origini essa si è mossa non solo a partire da presupposti di tipo materialistico (come in Democrito, Epicuro e altri), ma anche da presupposti di tipo più o meno organicistico (come in Platone, Aristotele, presso gli stoici ecc.).

Nelle sue reviviscenze essa è sempre stata accompagnata da entrambe le prospettive (che, peraltro, non sono equivalenti: la seconda può facilmente ricomprendere la prima, in quanto l’esistenza di cause finali e formali non esclude, anzi postula in ogni caso l’esistenza di cause efficienti e materiali).

  • A quali reviviscenze ti riferisci?

Quella che chiamiamo scienza moderna nasce con la rivoluzione astronomica (eliocentrica) del Rinascimento, profondamente permeata di platonismo e pitagorismo. Lo stesso Galileo si considera un platonico. Molti ingegni che oggi consideriamo “scientifici” (da Bruno a Keplero, da Newton a Leibniz) avevano una concezione del mondo tutt’altro che esclusivamente meccanicistica: molti di essi non disdegnavano di trarre oroscopi, postulavano l’esistenza di cause finali e formali e via discorrendo. Infine, non dimenticare l’affascinante storia del “campo”…

  • Di quale campo?

In origine del campo “gravitazionale”, quindi di quello “elettromagnetico” (per concludere con i campi generati dalle altre forze fondamentali via via scoperte)… Qualsiasi “teoria del campo” comporta un ritorno sotto mentite spoglie del finalismo platonico-aristotelico.

  • Ma che dici!

Nessuna spiegazione rigorosamente “meccanicistica”, ossia basata su sistemi di urti tra parti solide, poteva spiegare i moti degli astri, nonostante gli sforzi di Cartesio in tal senso.

Di qui: le speculazioni “platoniche” (sulla perfezione dei moti circolari) di Bruno e dello stesso Galileo, la spiegazione “erotica” di tali moti in Keplero, la rinuncia ad ogni spiegazione in Newton (“hypotheses in fingo“, celebre frase pronunciata da Newton a proposito della misteriosa “causa della gravità”, nonostante la scoperta a lui dovuta della nota legge che la governa), ma soprattutto la monadologia di Leibniz.

Leibniz reintroduce espressamente la nozione di “causa finale”, per spiegare l’attrazione (appetitus) dei “punti metafisici” che costituiscono l’universo (per l’occasione opportunamente “animati”) gli uni verso gli altri.

In generale, la tensione tra due o più punti separati da spazio, tensione che può essere annullata solo dall’unione di tali punti, che sia di tipo “gravitazionale” (tra due masse), elettromagnetico (tra due cariche) o di altra natura, sembra suggerire che tali punti abbiano un fine e, non da ultimo, un certo grado di “percezione” del punto verso cui “sentono” di doversi dirigere.

L’entanglement quantistico tra particelle subatomiche (postulato dal celebre esperimento mentale EPR e, soprattutto, rilevato dall’esperienza di Aspect) che ha ispirato, non solo numerose teorie “olistiche” New Age (sovente incongrue e gratuite), ma anche modelli tanto affascinanti quanto matematicamente rigorosi, come quello dell’universo olografico di David Bohm, è solo l’ultimo esempio di un legame “vivente” e “orientato” tra parti di universo, legame ben noto da quando Faraday e altri, sulla scia di Leibniz e Boscovich, hanno “sdoganato” le teorie del campo (succedaneo, sotto mentite spoglie, dall’anima neoplatonica) e rotto, di fatto, col rigido meccanicismo cartesiano.

Come distruggere il meccanicismo in 10 mosse

testa_macchinaDa più di un secolo, da più parti, voci si levano per contestare il paradigma meccanicistico (altri dice: fisicalistico), di cui, dall’età del positivismo, anzi dalla rivoluzione scientifica moderna (nell’interpretazione cartesiana), siamo o sembriamo prigionieri.

Secondo questo paradigma tutto dipende da cause di tipo materiale e/o meccanico, cieche, che non “tendono” a realizzare alcunché (in particolare nessuna “forma” predeterminata).

In particolare tutto in via di principio dovrebbe essere spiegato
ricorrendo alle quattro forze fondamentali della natura (gravitazionale, elettromagnetica, nucleare debole e nucleare forte) e da un certo numero di particelle subatomiche, originatesi dopo il big bang, sulla base di un certo numero di leggi big-banginderogabili (e, se si vuole, anche di un principio generale di “selezione naturale” delle strutture – non necessariamente solo viventi – che riescono casualmente a sopravvivere e magari anche a replicarsi).

Tale paradigma è ancora dominante nel senso comune del nostro tempo, tanto dell'”uomo della strada” di formazione (pseudo)scientifica, quanto di molti uomini di scienza, (soprattutto in Italia, forse per un’esagerata reazione al dominante paradigma cattolico e/o idealistico che per tanto – troppo? – tempo ha contrassegnato la vita del Paese).

Si possono “aggredire” diversi aspetti di questo paradigma meccanicistico. Si possono mettere in luce:

i limiti della logica classica (in qualche modo presupposta, in quanto logica “lineare”, dal paradigma meccanicistico) emersi con i paradossi di Russell e i teoremi di Goedel,
le sorprendenti (e imprevedibili) “biforcazioni” a cui si assiste in certe equazioni matematiche (teoria delle catastrofi di René Thom),
i tratti di “indeterminazione” (Heisenberg) che contraddistinguono la fisica delle particelle,
i limiti del paradigma neodarwinistico in ambito biologico (Bergson, Sermonti, Goodwin, Webster),
i limiti descrittivi del behaviourism in ambito psicologico….

a favore di nuovi modelli anti-riduzionistici, più o meno “olistici”, che vanno
dall’interpretazione di David Bohm della meccanica dei quanti (teoria dell’ordine implicato),
alla nozione di campo morfogenetico in ambito biologico (Sheldrake) o, almeno, alle teorie “emergentistiche” (come quelle elaborate da Maturana e Varela a partire dal concetto di auto-poiesi),
alla psicoanalisi lacaniana o alla psicologia del profondo di marca junghiana…

Tuttavia, la strategia più promettente potrebbe provenire da un campo apparentemente collaterale, ossia dagli studi sulla coscienza.

Senza pretendere di osare qui alcuna seria dimostrazione di quanto  propongo, mi limito a suggerire le mosse attraverso le quali chi volesse distruggere il meccanicismo dovrebbe operare a partire dal problema della coscienza.

  1. Innanzitutto bisogna cercare in tutti i  modi di spiegare lamente_cervello coscienza assumendo il paradigma meccanicistico (che, in “filosofia della mente”, assume il nome di “fisicalismo” e di “riduzionismo”). Si cerchi, cioè, (come cerca di fare Daniel Dennett, cfr. il suo Coscienza, Milano, Rizzoli 1993) di “schiacciare” il fenomeno della coscienza (di fatto eliminandolo) sulle sue (presunte) “basi” fisiologiche (per le quali si possono liberamente invocare e intrecciare biologia, chimica e fisica, eventualmente anche la scienza dell’informazione, a condizione, però, di assumere una nozione “computazionale” e riduttiva di “informazione”).
  2. Qualunque operazione di questo tipo dovrebbe fallire (come
    hanno dimostrato tra gli altri Hillary Putnam e Saul Kripke), perché non potrebbe per definizione rendere conto dell’esperienza soggettiva della coscienza (ossia dell’esperienza dei qualia, come si dice in filosofia della mente): una teoria meccanicistica, per quanto raffinata, può spiegare perché a martellatauna martellata sul dito segue un grido di dolore, a partire dagli impulsi che dal dito arrivano al cervello e di qui, dopo vari passaggi, giungono alla bocca attraverso i polmoni; ma essa non mi spiega perché, se la martellata l’ho presa io, dovrei esserne cosciente anziché no.
  3. Per “spiegare” perché abbiamo una coscienza (per assolvere quale funzione?) si potrebbe tentare di attribuire alla “coscienza” (p.e. della martellata subita, attraverso la sensazione del dolore) un ruolo “causale”(potrebbe p.e. indurmi a evitare di dare un secondo colpo di martello nella stessa direzione di prima). Ma ciò significherebbe che qualcosa di “impalpabile” o immateriale (come una sensazione soggettiva) potrebbe esercitare un’azione sul mio corpo. Poiché sul concetto di “causa” si potrebbe discutere all’infinito va precisato il senso di questo “ruolo causale”: un determinata sensazione cosciente dovrebbe potermi far assumere un comportamento che, in assenza di tale “sensazione”, solo sulla base di impulsi – poniamo – elettrici (ai quali non si accompagnasse alcuna sensazione cosciente), il mio corpo non avrebbe assunto. In questa versione “forte” tale azione causale escluderebbe, dunque, che la sensazione possa semplicemente “sopravvenire” rispetto a un determinato stato cerebrale (questo non dovrebbe per definizione essere “causalmente equivalente” alla sensazione a cui è associato). Ma questo comporterebbe una rottura della chiusura causale del mondo fisico, ossia del fisicalismo: la natura sarebbe soggetta a “forze” derivanti da una sfera “soggettiva”, non riconducibili a forze fisiche note. Il che è contro l’ipotesi (riduzionistica) assunta inizialmente.
  4. Si potrebbe tentare di arginare questo problema assumendo che
    la coscienza sia un mero “epifenomeno” (sopravveniente) che si produce in certe condizioni (ad esempio quando si raggiunge un certo livello di complessità nel gioco delle informazioni che circolano per il nostro corpo, secondo il modello di Tononi, Tegmark e altri), ma che essa non assolva alcun ruolo “causale”. Ma quest’ipotesi lascia inevasa la domanda: “Perché siamo dotati di coscienza?”. Se la coscienza non assolve alcuna funzione (se l’assolvesse, dovremmo, di nuovo, attribuirle un ruolo causale), essa non può essere spiegata biologicamente (darwinisticamente), perché non determina alcun “vantaggio evolutivo”.
  5. La coscienza potrebbe essere forse un carattere free rider (nel senso che a questo termine assegna Massimo Piattelli Palmarini nel libro, scritto con Jerry A. Fodor, Gli errori di Darwin, Milano, Feltrinelli, 2010), ossia un carattere emerso casualmente senza assolvere alcuna funzione e senza rappresentare alcun vantaggio evolutivo per la sopravvivenza della specie che ne è dotata? Dovrebbe esserci qualche misteriosa legge di natura per cui, in certe condizioni, si sviluppa la coscienza, senza che questa possa retroagire causalmente sui “livelli” inferiori di realtà (downward causation), in particolare sul “corpo”. Tale ipotesi sembra implausibile ed è comunque indimostrabile. Inoltre essa non potrebbe risolvere il “paradosso di Chalmers” (esposto in La mente cosciente, McGraw-Hill, Milano 1999): non si potrebbe distinguere, posto che la coscienza, in questo modello, non può avere ruolo causale, il nostro mondo (in cui vi sono entità dotate di coscienza, io ne conosco almeno una, io!) e un mondo “zombie”, in cui tutto si svolgesse identicamente, ma nessuno fosse dotato di coscienza. Ma se tali mondi sono esteriormente indistinguibili, perché mai solo in uno di essi dovrebbe essersi sviluppata la coscienza? Sembrerebbe più confacente a un principio di economia (nel modo di operare della natura) che, piuttosto che il nostro, esistesse soltanto il mondo zombie. Ancora una volta manca uno straccio di spiegazione del perché nel nostro mondo vi sia qualcuno dotato di coscienza. Oppure il mondo zombie è impossibile. Quella misteriosa “legge di natura”, secondo la quale a un determinato grado di complessità, raggiunto da determinati aggregati di materia vivente (o anche non vivente), deve associarsi
    qualcosa come una coscienza, dovrebbe vigere  non solo nel nostro mondo, ma in ogni mondo possibile (come argomenta p.e. Marco Giunti). In questa versione estrema tale ipotesi appare ancora più gratuita.
  6. Il paradosso di Chalmers può essere risolto, piuttosto, se ci si chiede: “Nel mondo zombie, identico al nostro, i nostri cugini zombie sviluppano ricerche di filosofia della mente, si chiedono che cosa sia la coscienza?”. Se sì, allora non sarebbero “veri zombie” (il loro comportamento sarebbe assurdo: gli zombie cercherebbero di comprendere qualcosa di cui ignorerebbero l’esistenza!). Se no, contro l’ipotesi, il mondo zombie non sarebbe affatto (esteriormente) identico al nostro (non vi si celebrerebbero convegni sul problema della coscienza, come avviene nel nostro).
  7. In effetti le ricerche sulla coscienza presuppongono la coscienza e
    sembrano anche dimostrare che essa assolve una funzione causale. Infatti sembra ragionevole supporre che io stia scrivendo questo articolo perché ho una coscienza e mi chiedo perché ce l’ho. Dunque le mie dita si muovono sulla tastiera perché sono cosciente (e mi chiedo perché lo sono). Se non fossi cosciente, ma fossi uno zombie, identico in tutto e per tutto a me stesso, non avrei alcun motivo per interrogarmi sulla coscienza e per scrivere questo articolo.
  8. Se la coscienza assolve una funzione causale il paradigma meccanicistico (tradizionale) è rotto . Non è più possibile ridurre, come ancora tenta di fare Jaegwon Kim (cfr. La mente e il mondo fisico, Mc-Graw Hill, Milano, 2000), gli stati mentali a stati fisici, ignorando l’irriducibilità del mentale al fisico . Ma che una coscienza assolva una funzione causale significa che essa è inanima_corpo grado di “muovere” entro certi limiti il corpo a cui appartiene. Tradizionalmente l’entità immateriale che assolve questa funzione ha un nome inconfondibile: anima. (Lo stesso Chalmers,
    in una conferenza TED del 2014, evoca il panpsichismo, suggerendo  che la coscienza eserciti una forza che si aggiunge alla forze naturali note, come Maxwell aggiunse l’elettromagnetismo alla gravità).
  9. Poiché il mio corpo è del tutto simile a quello di uno scimpanzè e, in generale, ha tratti di similitudine con tutti i corpi viventi, sembra ragionevole supporre che tutti i viventi, in modi e gradi diversi, siano mossi da qualcosa di invisibile che sfugge alle leggi fisiche note, proprio come la mia coscienza.
  10. Non è necessario supporre che tutti i viventi siano dotati di anime panpsichismo“coscienti”. Io stesso sono mosso da impulsi (inconsci) di cui non sono consapevole, ma che sembrano “ragionare” come ragiono “io” quando sono cosciente (essi tengono conto, per esempio, della mia esperienza passata e, soprattutto, anche sulla base di questa, si dànno scopi). Dunque possiamo concludere supponendo che vi siano in natura forze psichiche che  operano in violazione del (volgare) fisicalismo (separabili o meno dai corpi a cui appartengono, questa è un’ulteriore questione) e che possono, in determinate condizioni (anche informazionali, fisico-chimiche ecc.), sviluppare qualcosa come una “coscienza”.

Si potrebbe anche supporre, per analogia, che tutte le anime siano in qualche modo coscienti mentre operano: il fatto che “io” non sia cosciente del mio Es (dei miei desideri inconsci) non significa che esso non sia cosciente di se stesso: in ultima analisi non sono cosciente neppure dell’effetto che questo articolo ha su di te, che lo stai leggendo, ma non per questo tu non sei dotato di coscienza.

  • Ma in questo modo tu reintroduci entità “mistiche” ed esci dal discorso scientifico!

Nient’affatto. Prima di Maxwell, per riprendere l’esempio di Chalmers, si sarebbe creduto che la forza elettromagnetica fosse un’entità “magica” o mistica, estranea al discorso scientifico. Se riuscissimo a precisare meglio che cosa si debba intendere per forza psichica e a quali leggi essa obbedisca, si sarebbe totalmente interni al discorso scientifico (non, però, al fisicalismo volgare, semmai a un fisicalismo “aggiornato”, nel quale tali forze fossero incluse come legittime “cittadine” del mondo della natura).

Come un campo elettromagnetico può modificare la traiettoria di un corpo (fai a casa l’esperimento di avvicinare un filo d’acqua in caduta libera a un panno opportunamente strofinato in modo da venire elettrizzato), in apparente “violazione” della legge di gravitazione, così la coscienza potrebbe modificare il comportamento dell’organismo di cui è la coscienza, in apparente violazione delle leggi che presiedono alle (altre quattro) interazioni che lo governano (gravitazionale, elettromagnetica, nucleare debole e forte).

  • Ma quest’ordine di ragionamenti a  che cosa ci potrebbe condurre?

Attraverso altri passaggi si potrebbe scoprire che i “campi morfogenetici” di cui parlano Sheldrake e altri non sono che quello che tradizionalmente denominiamo “anime”. Essi, infatti, sono responsabili della crescita dei corpi (del passaggio dal genotipo al fenotipo), come lo è l’anima nella tradizione neoplatonica.

In generale l’universo sarebbe attraversato da campi di forze di tipo sconosciuto (forze appunto “psichiche”, la platonica “anima mundi“), dai quali emergerebbe la coscienza, che ne farebbero un “tutto organico” di elementi interdipendenti (secondo il modello di Cusano-Bohm) piuttosto che (come nell’attuale modello standard) una distesa spaziotemporale in cui si scontrerebbero “meccanicamente” particelle indipendenti le une dalle altre.

 

Acqua o H2O?

L’acqua è qualcosa che ti “bagna”, è “trasparente”, è fondamentalmente liquida (solido è piuttosto il ghiaccio, mentre aeriforme è il vapore).

acquaMi si dice che, chimicamente, l’acqua non è che H2O, una molecola costituita di due atomi di idrogeno e uno di ossigeno.

Ma questo non è possibile!

Una tale molecola, isolatamente presa, non bagna e non è trasparente. Non è nemmeno liquida. Ma l’acqua è tutte queste cose. Dunque l’acqua non è H2O.

L’acqua è forse un “insieme” di molecole H2O?

Forse, ma bisogna intendersi sul significato del termine “insieme”.

Nell’ “insieme” in cui consiste l’acqua le molecole di cui è costituita sono in un rapporto reciproco tale che l’acqua sia liquida, trasparente e che bagni. Questo rapporto è determinato dai legami che sussistono tra i singoli atomi delle singole molecole, certamente, ma anche dai legami che vi sono tra ciascuna molecola e tutte le altre (legami determinati anche dalla temperatura a cui queste molecole si trovano, ossia dall’intensità della vibrazione/oscillazione a cui sono sottoposte), dai legami tra tutte queste molecole e le forze, di origine esterna, che agiscono su di esse (nucleari, elettromagnetiche, gravitazionali), dal rapporto tra l’insieme di molecole in questione e chi è in condizioni di percepire questo “insieme” come qualcosa che bagna, trasparente e liquido (dunque dal rapporto tra il fenomeno “acqua” e il soggetto umano percipiente).

In ultima analisi l’acqua è qualcosa che è bensì fatta di molecole costituite, ciascuna, da due atomi di idrogeno e uno di ossigeno, ma essa non si risolve affatto in tale sua costituzione. Le molecole d’acqua sono la “materia” di cui l’acqua, in quanto “sostanza”, è fatta o costituita. Ma l’esistenza dell’acqua richiede molto di più dell’esistenza di atomi di idrogeno e di ossigeno. L’esistenza dell’acqua richiede un’insieme sì, ma di condizioni, non di molecole (l’esistenza di tali molecole è solo una delle condizioni perché si dia acqua). Queste condizioni hanno a che fare con la struttura dell’universo che abitiamo, con la nostra stessa struttura ed esistenza, last but not least con la coscienza che possediamo dell’universo in  quanto soggetti percipienti.

 

Spirito e Natura

Affinché qualcosa vi sia occorre almeno un organismo vivente, il quale presuppone, a sua volta, che vi sia un ambiente.

  • Ma che dici? Posso immaginare, senza contraddizione, un universo molto simile a quello in cui ci troviamo, nel quale vi siano solo galassie, stelle, gas, senza forme di vita.

Ne sei certo? Sarebbe un universo senza tempo, in cui niente propriamente sarebbe.

  • E perché mai?

Possiamo dire di abitare in un universo che ha una quindicina di miliardi di anni perché tra “noi” e il big bang sussiste questo intervallo (spazio)temporale, sei d’accordo?

  • Così ci raccontano coloro che se ne intendono.

Già, ma se non vi fossimo “noi” (che siamo organismi viventi), come fissare il tempo “presente”? Non vi sarebbe alcun presente, dunque nessun passato e nessun futuro. Non vi sarebbe alcunché.

  • Oppure tutto sarebbe simultaneo, in una “varietà” a quattro o più dimensioni.

Di cui nessun sarebbe, tuttavia, cosciente. Come potremmo dire che vi è qualcosa? “Agli occhi” di chi? Implicitamente tu immagini un’entità (Dio?) agli occhi della quale tutto sarebbe “simultaneamente presente”, se il termine “simultaneo” deve significare qualcosa. Ciò che “per noi” scorre nel tempo, sarebbe tutto presente in una quarta dimensione dello spazio. D’accordo. Ma, di nuovo, “presente” implica qualcuno o qualcosa rispetto a cui il “presente” si distingua dalle altre distensioni temporali (per usare la terminologia di Agostino d’Ippona).

  • Supponiamo che le cose stiano come tu suggerisci. Ma questo che cosa implica?

Gli organismi viventi, nella loro interazione con il loro ambiente, “fissano”, ciascuno per sé, il tempo presente, in cui “precipita” o, se vuoi, “si decanta” (o “si distilla”) l’esserci di ogni cosa. Si tratta di modi di essere molto diversi a seconda che si sia uomini, farfalle, felci o amebe. Ma, senza organismi viventi, niente potrebbe “esserci” (mancherebbe il “ci”, il “qui e ora” in cui esserci).

  • Dunque l’esistenza delle cose inanimate sarebbe legata a quella degli organismi viventi?

Direi di sì, nella misura in cui essi recano una forma, per quanto primitiva ed embrionale, di coscienza. Nota che la “coscienza” non è qualcosa di “interno” all’organismo, come a volte ci si rappresenta la sua “anima”, ma qualcosa che scaturisce dall’interazione tra organismo e ambiente. Possiamo rappresentarcela come un’interfaccia piuttosto “superficiale”. Pensa allo “stato di veglia“, nel quale massimamente siamo “coscienti”. Non ci si “risveglia” alla vita quando si sogna e, meno che mai, quando si è in sonno profondo, ma soltanto quando si interagisce con alcunché (apparentemente) fuori di noi. La “coscienza”, dunque, non è più cosa mia che di quello che mi circonda (del mio ambiente), è il modo in cui l’universo stesso, sfiorandomi, prende coscienza di sé. Il mio “corpo” potrebbe venire rapprentato come un’ “antenna” che permette alle “onde spirituali” dell’universo di prendere forma, di riflettersi. In generale, l’universo come ci appare è legato alla nostra coscienza umana, in due modi caratteristici, direi.

  • Quali?

In primo luogo la mia coscienza individuale può determinare l’evoluzione del sistema di cui sono parte, decidendo di volta in volta quale tra le diverse biforcazioni quantistiche sopravviverà.

  • Ti riferisci al famoso paradosso del “gatto di Schroedinger”, secondo il quale un gatto, in determinate condizioni, potrebbe simultaneamente essere vivo ed essere morto…

… sì, in due stati fisici contraddittori sovrapposti, di cui soltanto l’osservazione di qualcuno determina lo stato che “sopravvive”, facendo “collassare la funzione d’onda” quantistica a cui il gatto è sospeso. Tuttavia, – ecco baluginare il secondo modo in cui lo Spirito potrebbe determinare la “materia” – questo “qualcuno” può bensì determinare, in quanto “coscienza”, lo stato del gatto (o, meno immaginariamente, la polarizzazione o altre proprietà di una particella subatomica e della sua eventuale gemella, cfr. paradosso EPR e, più in generale, le implicazioni della meccanica quantistica), eliminando l’universo parallelo in cui lo stato del gatto (o della particella) è quello contrario, ma (apparentemente) non può cambiare p.e. il gatto in topo, né  modificare altre condizioni non soggette a indeterminazione quantistica.

  • D’accordo. E con questo?

Ecco la mia ipotesi: potrebbe essere la somma di tutte le coscienze cosmiche (umane e, forse, anche non umane), che possiamo classicamente chiamare Spirito,  a determinare l’esistenza stessa dell’universo materiale (la somma delle condizioni al contorno di una determinata esperienza di qualcuno), come sua proiezione. Ecco, questo sarebbe il secondo modo in cui la mia coscienza è legata all’universo.

  • Vuoi dire che quello che non può la coscienza singola, lo potrebbe la somma di tutte le coscienze? Determinare la realtà nel suo insieme?

Esattamente. Se ci rifletti, poi, questi due modi di operare della coscienza, rispettivamente come singola e come cosmica, sono analoghi, in un certo senso, ai due modi di agire della massa, come moltiplicatrice di singoli centri di gravità e come determinante universale per i sistemi di riferimento inerziali e non inerziali.

  • A che cosa ti riferisci?

Partiamo da quest’ultima proprietà della massa, nella sua distribuzione cosmica. Secondo la teoria della relatività generale è possibile distinguere tra moti rettilinei uniformi e moti accelerati in funzione della distribuzione della massa dell’universo. Se, ad esempio, le stelle e le galassie non fossero “dove” esse attualmente sono  e non si muovessero come ora si muovono, non si potrebbe affatto distinguere, come si distingue ora,  sulla Terra, tra un moto rettilineo uniforme e un moto accelerato e, corrispondentemente, tra un sistema di riferimento inerziale e un sistema di riferimento non inerziale. Se, poi, nel cosmo, non vi fosse alcunché di dotato di massa, la distinzione tra i due possibili sistemi di riferimento sarebbe impossibile. Non potrei distinguere se un determinato punto materiale A si allontana di moto naturalmente accelerato “verso destra” da un punto materiale B, in quiete, o se, piuttosto, sia il punto materiale B ad allontanarsi di moto naturalmente accelerato “verso sinistra” dal punto materiale A, concepito in quiete.

  • E nelle condizioni attuali, invece, questa distinzione sarebbe possibile?

Certo. L’accelerazione che avverto, quando accelero in auto o quando l’ascensore in cui mi trovo inizia il proprio moto, dipende, secondo la relatività generale (in particolare sulla base delle cosiddette “equazioni di  campo”) dalla distribuzione della massa dell’universo, dalle stelle e dalle galassie più lontane, rispetto alle quali quel determinato moto risulta accelerato. Ma la massa – ecco l’altro corno dell’analogia con l’azione della coscienza sulla materia -, questa volta non di stelle e galassie lontane, ma della Terra e, in misura minore, della Luna e del Sole (per quanto riguarda il fenomeno delle maree), influenza anche qualcos’altro, oltre la misura dell’accelerazione (e la corrispondente sensazione): la mia tendenza a cadere dall’alto verso basso per gravità. Dunque la massa esercita due azioni distinte e altrettanto importanti: a) in quanto massa nel mio “intorno” spaziotemporale, come massa gravitazionale, e b) in quanto massa “universale”, come riferimento spaziotemporale “assoluto”.

  • Interessante. Ma tutto questo che cosa ha a che fare con il rapporto tra coscienza (umana) e natura?

I due modi caratteristici in cui la massa esercita la sua influenza, rispettivamente come “individuale” e come “universale”, non ti sembrano analoghi ai due modi in cui l’universo potrebbe essere legato alla coscienza,  rispettivamente “individuale” e “universale” (Spirito)?

  • Sotto quale profilo?

La mia ipotesi è che lo Spirito cosmico, di cui io sono parte, stia alla mia coscienza individuale come la massa globale dell’universo, nella sua distribuzione spaziotemporale, sta ai singoli centri di gravità cosmici. In questa proporzione il primo termine di entrambe le parti dell’analogia avrebbe effetti globali (rispettivamente: a) proiettando fuori di sé (immaginando) l’universo e b) fissando per esso i parametri per definire i sistemi di riferimento inerziali), mentre il secondo termine agirebbe localmente (rispettivamente: a) facendo collassare questa determinata funzione d’onda quantistica e b) esercitando questa determinata azione gravitazionale).

Per approfondire:

  • Maturana, H.R., Varela, F.J., 1985, Autopoiesi e cognizione. La realizzazione del vivente, Venezia, Marsilio [Autopoiesis and Cognition. The Realization of the Living, 1980]
  • Maturana, H.R., Varela, F.J., 1987, L’albero della conoscenza, Milano, Garzanti [El árbol del conocimiento, 1984]
  • Maturana, H.R., Varela, F.J., 1992, Macchine ed esseri viventi, Roma, Astrolabio-Ubaldini Editore, ISBN 9788834010617 [De maquinas y seres vivo, 1972]

Verità e opinione

  • Nel dialogo sull’accettabilità o meno della stepchild adoption hai sostenuto, in buona sostanza, che il modo in cui una coppia o una famiglia debba essere formata sia una questione culturale. Ma a me pare, invece, che vi sia un solo modo naturale in cui famiglie e coppie possano essere formate: le coppie possono essere solo eterosessuali, perché solo tali coppie sono feconde; la famiglia scaturisce, naturalmente, dalla fecondità di una coppia eterosessuale.

In altre parole, a tuo parere, non si può fare che una coppia sia omosessuale o una famiglia sia costituita da due mamme (o due papà) e uno o più bambini, per la stessa ragione per cui non si può fare che un triangolo abbia quattro lati. E’ così?

  • Esattamente.  Si tratta di una verità inconfutabile.

Inconfutabile secondo chi?

  • Ad esempio secondo la Chiesa cattolica.

E la Chiesa cattolica non potrebbe errare?

  • Ma che dici? La filosofia ti ha “mal educato”. Se dubiti anche del Magistero della Chiesa, che cosa ti resta da credere? Cadi in un relativismo senza speranza…

Al contrario. Qui si annida un equivoco in cui cadono oggi tanto i credenti, quanto i non credenti.

  • Quale?

Molti, per “combattere” quello che considerano il “dogmatismo” della Chiesa (o altri cosiddetti “fondamentalismi”), sostengono una forma di cosiddetto “pensiero debole”, secondo il quale sarebbe finita l’epoca della “metafisica” e della “verità” forti, proclamate da questa o quella istituzione (o da questo o quel partito).

  • Credevo che tu fossi su questa linea.

Assolutamente no.  Questa prospettiva è autocontraddittoria, come hanno ben evidenziato le classiche confutazioni del relativismo. Se nulla è vero, non può essere vera neppure la negazione della verità. Ma c’è un’implicazione ancora più grave…

  • Quale?

Se ci rifletti, quest’atteggiamento sembra suggerire che, in fondo, la Chiesa fosse (e sia) effettivamente depositaria di qualche verità, con la V maiuscola; di cui forse si ha paura o che, come dice San Paolo nella Lettera ai Romani (1, 18-21), non ci fa forse comodo credere, per poter “commettere peccato”. Per paura della Verità (di esserne giudicati), la si nega e ci si rifugia nel relativismo, senza avvedersi delle sue contraddizioni.

  • Ma tu sembravi non credere alle verità proclamate, ad esempio, dalla Chiesa. Non è anche questa una forma di relativismo?

Nient’affatto. Fino a prova contraria la Chiesa, come chiunque altro, esprime soltanto “opinioni”. Non a caso essa stessa li riconosce come dogmi (che in greco significa “opinioni”) e invita ad avere fede in essi (proclamando, ad esempio, il Credo niceno-costantinopolitano). Posso anche credere a ciò che la Chiesa proclama, ma so, appunto perché vi credo, che di “credenza” od “opinione” si tratta. Non posso spacciare per dimostrabilmente vero ciò che è soltanto creduto tale.

  • Ma questo non è, appunto, relativismo? Sostenendo che la Chiesa proclami solo “opinioni” dubiti della loro verità.

Dubitare non è negare. Vi si può credere, dubitando. Ma, nel dubbio, si può preferire alcune opinioni ad altre, sulla base di argomentazioni che ci appaiono più convincenti di altre. Quello che non si può assolutamente fare è spacciare come verità universali, valide per tutti, ciò che tu o io crediamo che sia vero.

  • Ma come fai a credere che sia vera una cosa (per esempio l’esistenza di Dio), senza credere che essa sia vera per tutti.

Certo, se Dio esiste, esiste per tutti. Ma “gli altri”, che non se ne avvedono, possono liberamente continuare a non crederci. Non posso rimproverarli di non “accettare la verità”, poiché non ho nessun modo per dimostrargliela. E questo vale anche per ciò che tu ritenevi “naturale” (come la famiglia “tradizionale”). Forse le cose stanno veramente come tu e la Chiesa sostenete. Forse la famiglia tradizionale è davvero naturale. Il problema è che non appare possibile dimostrarlo a chi non è d’accordo con voi. Si può solo tentare di persuadere gli “avversari” attraverso argomentazioni ad hominem, cioè che facciano appello alle premesse da cui questi stessi avversari muovono (per esempio i principi della Costituzione Italiana).

  • Ma questa non è appunto l’apoteosi del relativismo?

Al contrario. Posso riconoscere che la mia è soltanto un’opinione perché

  1.  la considero vera, pur non potendo dimostrare che essa sia tale;
  2. riconosco una verità “assoluta”, che trascende la mia opinione, proprio perché riconosco che la mia è soltanto un’opinione che non coincide senza residui con quella “verità” che pure le attribuisco.

Pertanto è impossibile credere a qualcosa senza presupporre, a differenza dei relativisti, la verità:

  1. come qualità che si attribuisce alla propria credenza e, insieme,
  2. come ciò che, se la credenza fosse dimostrata, la renderebbe un sapere (universalmente riconosciuto).