Archivi categoria: autobiografia

Un’abissale angoscia

La prospettiva cosmoteandrica, a sfondo (neo)platonico, che su questo sito vado via via delineando è vivacemente contrastata, in me stesso, da due fondamentali ostacoli:

  1. la resistenza che il dominante paradigma meccanicistico offre, quando, ad esempio, invoca a proprio vantaggio i risultati di secoli di successi sperimentali, a fronte delle difficoltà ad accertare “scientificamente” visioni alternative (un esempio di tali difficoltà è offerto del desolante spettacolo di un premio Randi, tristemente ben lontano dall’essere vinto da qualcuno…)
  2. la paura (il sospetto) che il paradigma alternativo che propongo sia solo il frutto del mio disperato desiderio di “senso”, anzi di salvezza

E se questi due ostacoli, in radice, fossero il medesimo?

Se l’ipotesi cosmoteandrica  fosse valida, come dovremmo, infatti,interpretare questo doppio ostacolo?

“Io”, come “noi” tutti, non sarei che una scintilla di un Dio dimentico di se stesso… spronfondato, dunque, nell’abisso della sua angoscia

E di che universo sarà mai capace, quale universo potrebbe “immaginare”, “creare” un tale “Dio” se non un universo desolatamente vuoto,  intervallato qua e là da frammenti di qualcosa, incoerenti, aggregati di schegge di materia (come quelle, ad esempio, che contraddistinguono la fascia degli asteroidi del sistema solare).

L’immagine meccanicistica del mondo potrebbe essere, forse, non solo o non tanto causa della paura che essa suscita in chi cerca, invano, di rintracciarvi indizi di una segreta, divina armonia, ma anche e soprattutto effetto di tale abissale angoscia.

Esserci: ovvero essere “in prospettiva”

Generalmente, quando ci si chiede che cosa intenda Heidegger (in Essere e tempo e altrove) con l’espressione “esserci” [Da-sein], si immagina che si tratti di un quasi-sinonimo di “coscienza” (il che è accettabile, ma solo in una determinata accezione di “co-scienza”), “individuo”, “essere umano” (il che è meno accettabile). Lo stesso Heidegger, a volte, sembra suggerire questa interpretazione, sebbene egli si sforzi di argomentare variamente il senso della scelta dell’espressione “esserci”.

Tuttavia, a ben vedere, l’esser-ci non è altro che la forma che l’essere, in generale, assume quando è percepito e concepito, ossia nel solo modo in cui esso è dato. “Ciò che è” è sempre qualcosa di determinato che appare ora, in un determinato modo e in un determinato luogo (“ci”, qui). Il “ci” di “esser-ci” è, dunque, il modo in cui l’essere si manifesta. In una parola: sempre in prospettiva.

Ciò non ha niente a che fare con l’identità di un individuo, meno che mai con la sua identità anagrafica.

L’esperienza della cosiddetta “parallasse di movimento” (cfr. M. Maraffa, A. Paternoster, Sentirsi esistere. Inconscio, coscienza, autocoscienza, Roma-Bari, Laterza, 2013, p. 101) semplicemente “illude” che “qualcuno” si sposti nello spazio e costituisca, per così dire, uno dei fuochi della prospettiva nella quale l’essere (“ci”) appare come “mondo” (l’altro fuoco, come sanno bene i pittori del Rinascimento, è il “punto all’infinito” delle linee prospettiche).

Lo “stadio dello specchio” di lacaniana memoria e la codificazione linguistica dell'”io” ad opera dei discorsi di coloro che circondano il focus prospettico in questione il-ludono progressivamente che questo focus (non altro che il modo in cui qui e ora l’essere prende coscienza di sé o, se si vuole, il modo in cui “Dio” si propone come testimone dell’essere) sia qualcuno. Lo sviluppo progressivo di una “memoria” sempre più coerente (o supposta tale) fa che nel “teatro” humeano della coscienza empirica si ritagli progressivamente un “io”, a cui sono attribuiti via via accidenti e proprietà sempre più ricchi e complessi. A questo “io” sono imputate anche azioni, di cui egli è considerato e, quindi, si considera responsabile o, finanche, colpevole.

Tra il “fantasma dell’io” e l'”esserci”, ossia il modo in cui l’essere ci si mostra, vi è dunque una differenza essenziale: quella che vi è tra un’ipotesi (interpretativa) e un fenomeno.

Questa differenza è marcata da quella che chiamerei reversibilità linguistica soggetto-oggetto.

La differenza tra diatesi attiva e diatesi passiva del verbo (tra “Vedo un fiore” e “Un fiore è veduto (da me)”), diatesi notoriamente reversibili l’una nell’altra, esprime la medesima differenza di punto di vista.

In “Vedo un fiore” l’ipotesi è che vi sia qualcuno, un soggetto, “io”, che compie un’azione su un oggetto. Paradossalmente, però, mentre il “fiore”, sia pure come oggetto ricostruito sulla base di un’idea, a partire da un fenomeno, è dato, l’io percipiente è solamente supposto.

In “Un fiore è veduto” si mostra con evidenza un contenuto di coscienza indubitabile (un’evidenza assai maggiore di quella dell’esistenza dell'”io” cartesiano). A tale asserzione posso aggiungere un “da me”, integrando il dato percettivo con l’ipotesi relativa all’io percepiente e così implementando la piena “reversibilità linguistica”.

Come suggeriscono le lingue contraddistinte da strutture di tipo “ergativo”, la diatesi passiva del verbo appare più originaria di quella attiva (anche se linguisticamente equivalente ad essa), in quanto maggiormente aderente all’effettiva esperienza.

In ultima analisi si può dire che “è” solo ciò che “è percepito” (Berkeley) e quindi “concepito”, “pensato” (Parmenide), prima che intervengano considerazioni sul soggetto percepiente.

Non a caso la centralità del soggetto è sostenuta tipicamente dal pensiero moderno, post-classico.  Per secoli si è ritenuto di poter riflettere sul mondo senza tematizzare esplicitamente il ruolo del soggetto percipiente.

Addirittura è completamente assente in lingua greca la nozione di “io”, intesa come “coscienza” individuale. Tale, infatti, non può essere considerta la psyche o “anima”, che assolve la funzione fondamentale di principio del movimento [Sotto questo profilo è certo più avanzata e completa, rispetto alla riflessione greca classica, quella sviluppata in ambito hindu, per la disponibilità della nozione di ahamkara].

Insomma, anche se “ciò che è” è sempre dato in prospettiva, questo modo di “esser-ci” non impegna a considerare “vera” l’identità anagrafica che gli è, per così dire, socialmente costruita attorno.

Leggi la versione completa e aggiornata di questo articolo….

E’ nato Lorenzo

fioccoLORENZO

Diario filosofico di una paternità

L’8 marzo 2016 è nato mio figlio Lorenzo, Lorenzo Giacometti. Il 28 marzo ha ricevuto il battesimo ed è “rinato in Cristo”.

Ma che cos’è la nascita di un figlio? Quando ti nasce un figlio?

Un figlio nasce molte volte: nasce nei tuoi sogni e nelle tue fantasie, per molti anni, nasce quando viene concepito e quando vieni a sapere che è stato concepito, quando lo vedi per la prima volta attraverso l’ecografo e te ne viene rivelato il sesso (e qui iniziano nuove fantasie…), quando lo senti muovere nella pancia della mamma, quando la mamma lo partorisce e quando vieni a sapere che è stato partorito, quando lo vedi per la prima volta, quando sembra che ti somigli… quando ne parli ad altri e quando altri te ne parlano, quando ti guarda e quando lo prendi in braccio per la prima volta, quando lo prende in braccio qualcun altro e te lo senti sottrarre, quando piange e non sai perché, quando per la prima volta ti riconosce e ti sorride o magari soltanto sembra riconoscerti e sorriderti, quando sembra perfino che ti cerchi e ti ami, che ami te che già lo ami da sempre.

Ma con tuo figlio nascono anche altre persone: nasce un padre (tu rinasci come padre), nasce una madre (tua moglie rinasce come madre), nascono nonni, nascono zii, nascono cugini… Tutte nascite che non avevi sempre messo in conto.

Con la nascita di tuo figlio tua moglie rinasce, dunque, come sua madre, la coppia che formi con lei rinasce come famiglia… Lo era anche prima, certamente, ma in modo diverso. Che cosa comporta questa rinascita? Un arricchimento, certamente, ma anche un rischio: quello di vedere in lei solo la madre di tuo figlio, il cui solo compito, come anche il tuo, si riduca alla cura del bambino. Ma nel rapporto tra genitori e figli (ancor più, forse, che in quello tra malati di Alzheimer e caregivers, di cui mia moglie e io ci occupiamo professionalmente) svapora ogni illusoria contrapposizione tra “egoismo” e “altruismo”: non puoi rendere felice qualcuno che ami se non sei felice anche tu o, almeno, non cerchi di esserlo. Così una madre non potrà mai essere una buona madre se non è felice come sposa e come donna. E tu non potrai essere un buon padre se non coltivi come prima e più di prima le persone (e le cose) che ti stanno a cuore. Né puoi scegliere se amare più tuo figlio o tua moglie o, magari, te stesso, perché in gioco c’è un amore “circolare” che non può distinguere (tra persone) senza impoverirsi.

“Con dolore partorirai” (Genesi, 3, 16). Nonostante gli indubbi progressi della scienza medica, la gioia del parto non è mai disgiunta, nella madre, dal dolore (soprattutto se si tratta di parto “cesareo”), un dolore – attenzione – sia fisico sia psicologico, non sempre e non completamente comprensibile neppure da chi l’ama. Questo dolore può indurre nella tua compagna una forma di isolamento, la sensazione di non venire compresa, neppure da te, o di essere trascurata. La novità del bambino e i postumi del parto scuotono antiche certezze, mettono in crisi stanche routines, costringono a riconsiderare la propria vita insieme. Si tratta, però, di un passaggio, forse necessario, sicuramente fecondo, come quando si preme il tasto refresh su una pagina web per riattualizzarne i contenuti alla luce di novità frattanto maturate.

Rivoluzione a cui ti costringe anche solo l’alternanza tra sonno e veglia del neonato: un nuovo ritmo di vita a cui ogni altra cosa deve sottomettersi, un autentico esercizio spirituale che mette alla prova la tua “virtù” di padre e di marito, nel quale si suggella perentoriamente l’abolizione della contrapposizione tra “egoismo” e “altruismo”. Anche solo per sopravvivere devi assumerti ora la responsabilità di lasciare che tua moglie dorma, ora quella di dormire e di lasciare che sia lei a occuparsi del bambino. Sapersi organizzare diventa un esercizio sublime d’amore oltre che d’intelligenza. Se eri poco pratico, poco attento a questioni di ordine e di pulizia, non puoi più permetterti di esserlo. Segni molto concreti e preliminari di una verità più generale: per essere un buon padre devi essere una persona migliore in tutto e per tutto… e da subito!

“E di chi è questo bambino?” (frase spesso ripetuta vezzosamente dai parenti rivolgendosi al piccolo). Dei suoi genitori, naturalmente. E’ loro figlio. Ma è anche dei nonni e degli zii, non però come figlio, ma come nipote. E’ dunque un po’ anche loro? Come lo è? Secondo la cultura di cui è espressione la legislazione italiana i genitori – e solo essi – hanno accesso privilegiato se non esclusivo al loro bambino (cultura esaltata dal reparto di neonatologia e ostetricia dell’ospedale di Udine, vera e propria “scuola di marines” per nuove mamme e nuovi papà, che insegna loro a sopravvivere, da soli, con il loro bambino – come se, alla dimissioni della mamma, essi fossero destinati a vivere, abbandonati da tutti, in una capanna nella tundra polare! – ). Ma questa non è la sola cultura rappresentata nel nostro Paese. Secondo altre culture sarebbe, ad esempio, la nonna, in quanto madre della madre, a meritare un accesso privilegiato sia alla madre sia al bambino.

Vi è anche una contrapposizione tra due culture mediche: da un lato la medicina ufficiale, scientifica, che “sa” come si gestiscono i nuovi nati alla luce delle più recenti teorie (che saranno, però, verosimilmente contraddette, nel giro di qualche anno, da future acquisizioni, così come le attuali acquisizioni contraddicono teorie antecedenti); dall’altro lato la medicina empirica, la “medicina della nonna”, che si nutre di esperienza (di generazioni di esperienza).

Infine, embricato in questi intrecci tra culture e prospettive: il problema “politico” della decisione. Chi decide in ultima istanza del tuo bambino? Latte materno o artificiale? Di chi è la responsabilità ultima (o prima)? Dei genitori? Della sola madre? Della famiglia allargata? (Già, perché sorge anche la domanda: “Che cos’è una famiglia? Quali ne sono i confini, se ve ne sono?”) In quale di queste prospettive occorre assumere decisioni? Nel caso della scelta del latte, vi gioca un ruolo anche il sottile dialogo non verbale tra madre e figlio, di cui l’allattamento potrebbe essere un’espressione, al di qua di ogni considerazione astrattamente biologica (sulla funzione proteica ed antibiotica di questa e quella forma di allattamento) o psicologica (sulle implicazioni esclusivamente emotive di questa o quella scelta).

La nascita di un figlio ti fa capire, meglio di ogni altro evento, per la responsabilità a cui ti chiama, la differenza tra il consilium come decisione, come esercizio di un potere (una potestas esclusiva), che spetta solo a te e a tua moglie, e il “consiglio” come parere, sempre ben accetto, soprattutto se proviene da chi ha esperienza da vendere – anche quando tale consiglio venisse proposto in forma imperativa o come un’ovvietà (sta a te reinterpretarlo per ciò che esso è, deve e può essere, senza sollevare discussioni, attraverso il tuo comportamento). Non è forse questo atteggiamento rispettoso, ma critico, quello che si deve assumere verso ogni forma, passata, presente e futura, di “magistero”, da quello di un’istituzione come la Chiesa a quello, laico, della scuola? Quanti maestri e professori di tuo figlio gli insegneranno cose che tu non approverai o, peggio, lo indurranno a fare cose che tu non condividerai… Alla censura preventiva, se sei della mia cultura, preferirai, salvo casi eccezionali, la riflessione successiva, seguita eventualmente da azioni coerenti (un cambio di scuola o di docente, l’allontanamento di questa o quella persona dalla cerchia delle persone gradite…). Per ragioni simili non ti lamenti col negoziante o ristoratore di turno del suo (presunto) cattivo servizio, mettendo magari in imbarazzo chi ti sta vicino, ma, semplicemente, non ritornerai più in quell’esercizio commerciale o in quella trattoria.

La nascita di un figlio suscita in coloro che ti circondano gesti sorprendenti: sconosciuti o semplici conoscenti si felicitano con te gioiosamente, offrendoti i loro doni, persone amiche sembrano indifferenti, ma sono forse soltanto imbarazzate o a disagio, altri ancora si rivelano eccezionalmente invadenti. Tutto questo ti suggerisce ancora di più di non giudicare gli altri, ma solo di cercare di comprenderli, nella consapevolezza che non sempre vi riuscirai. La responsabilità che hai verso tuo figlio ti chiede, però, di proteggerlo da ogni influenza che giudichi nefasta, del tutto indipendentemente delle colpe presunte o reali di coloro che ritieni di dover tenere a debita distanza da lui. E da te.

Sì, perché tra le altre cose, scopri quanto il piccolo sia sensibile ai tuoi sbalzi d’umore, alla tua comunicazione non verbale. La cosa bella e terribile è che non puoi recitare, devi esserci. E questo vale anche per tua moglie e per tutti coloro che hanno a che fare col piccolo.

Un figlio, dunque, è dei suoi genitori… O piuttosto egli è i suoi genitori, dei quali con-divide (letteralmente, metà per ciascuno) il patrimonio genetico? E’ stato solo un caso o piuttosto un eloquente lapsus che, nella richiesta di codice fiscale fatta all’Agenzia delle Entrate, scrivessi “Giorgio” invece di “Lorenzo”? Lo si ama perché, in un certo modo, lo si è? O solo perché lo si ha? Sarebbe diverso se si trattasse di figlio adottivo? In lui sopravviviamo a noi stessi, come ci ricorda Diotima nel Simposio di Platone?

Un bambino è una meraviglia, oggetto di continua scoperta da parte tua, sorprendente, imprevedibile. Ma è anche soggetto di desideri a volte incomprensibili. Ti sembra che abbia bisogno di mangiare, di fare cacca o pipì, di dormire; che ricerchi il tuo calore, il tuo abbraccio, o anche solo il tuo sguardo e la tua voce. Ma a volte strilla come una sirena e tu non sai perché. Forse esprime un bisogno che non decifri o la sofferenza per qualcosa che va storto all’interno del suo corpo. O forse esprime un desiderio puro di qualcosa che non c’è o non c’è più o non potrà più esserci e tu non gli potrai mai dare; segno del peccato originale o di una mancanza ad essere (Lacan) apparentemente inconsolabile e irredimibile. E che ti frustra. D’altra parte non fatichi a riconoscere nel suo suggere, avido e disperato insieme, – al seno materno, al ciuccio o alla tettarella del biberon – una libido che va ben oltre la soddisfazione di un mero bisogno di nutrizione.

Educare tuo figlio… Già, ma a quali valori? E’ giusto imporgli i tuoi? Ma se non fossero i tuoi, sarebbero quelli di qualcun altro… Anche il “relativismo” è un valore, una prospettiva. Non si può non educare.

Ma perché impegnarsi solennemente a dargli un’educazione cristiana, anzi cattolica, attraverso il rito del battesimo?

  1. Senz’altro per rispetto, ad esempio, se questo è il caso, dei valori della madre, che non ha meno diritto di te di educare vostro figlio.
  2. Poi per rispetto del contesto culturale in cui siamo immersi. “Non possiamo non dirci cristiani” (Benedetto Croce), anche se fossimo diventati atei. A scuola si studiano Dante e Manzoni, l’arte medioevale e l’arte barocca, ma, paradossalmente, non si studiano quei Vangeli (anche apocrifi) e quella Bibbia che hanno ispirato tutto questo e molto di più. Si studiano i miti pagani, ma non le storie cristiane. La conoscenza di queste storie aiuterebbe a decodificare non solo i monumenti artistici e letterari del passato, ma anche, soprattutto, certe sfumature attuali delle nostre “filosofie di vita” (il nostro senso di colpa, la cultura del perdono in cui siamo immersi e così via).
  3. Infine (potresti educare tuo figlio al cristianesimo) per consentirgli di decidere, in un secondo tempo, davvero liberamente, chi o che cosa vuol essere, avendo nella sua stessa educazione “tradizionale” un fertile terreno su cui, se del caso, esercitare, allenare il proprio spirito critico. Chiedere a una persona piuttosto critica e controcorrente, soprattutto per quanto riguarda i temi religiosi, di fare da madrina di battesimo, potrebbe essere un modo per assicurarti che educare religiosamente tuo figlio non significhi indottrinarlo.

Tutto qui? Solo per questi motivi battezzare un bambino? Mio padre, personalmente agnostico e fieramente anticlericale, ha consentito che fossi prima battezzato, poi educato “catecheticamente”, per motivi simili a quelli qui evocati: sopratutto per la valenza culturale della religione cristiana; in particolare perché non fossi isolato socialmente e potessi poi liberamente decidere se coltivare o meno la mia “religione” facendone davvero una “fede”. Ma tutto questo è davvero convincente? Se la religione si riducesse a una forma della cultura, o nella misura in cui vi si riduce, potrebbe esserlo. Ma è davvero così?

Forse potresti riconoscere nella tua religione il modo nel quale il principio di ogni cosa (Dio, il Signore, colui che Plotino denominava “Uno” e Shankara “Brahman“) si è voluto manifestare, simbolicamente, in modo pregnante, proprio a te e alle persone che ti sono care, dentro la vostra storia, nella vostra prospettiva. Condividere con tuo figlio le immagini e le storie proposte dalla tua religione è farne occasione per riflettere insieme sul senso del vostro “esserci”, senza “inventare”. Perché limitarsi a fantasticare storie educative, i cui protagonisti potrebbero essere Winnie the Pooh, Babbo Natale o uno degli infiniti personaggi inventati dalla fantasia di un genitore a uso e consumo del proprio bambino, e non attingere anche alle storie millenarie, che ci raccontano le Scritture o se ne possono derivare? E non si tratta solo di farlo per la stessa ragione (e non sarebbe poco) che ti fa preferire che tuo figlio si abitui ad ascoltare Bach piuttosto che l’ultimo dei rapper alla moda. Se la tua religione è il cristianesimo, non c’è migliore occasione per riannodare le fila del Lògos eterno (ben noto ai filò-sofi di ogni tempo) nella tua storia personale e sociale, guidati dallo Spirito di verità che soffia dove vuole. In questa prospettiva il battesimo è l’inizio di qualcosa che non si conosce, il principio di un’avventura dell’anima diversa per ciascuno, il rito di iniziazione alla vita con cui chi nasce merita di essere, spiritualmente, non solo burocraticamente, accolto.