Le “cause” non sono quello che sembrano…

Comunemente si sostiene quanto segue.

Dopo la rivoluzione scientifica del Seicento, con la nascita della filosofia moderna, nell’interpretazione dei fenomeni naturali, non si è più fatto ricorso a cause finali e formali, ma ci si è limitati a spiegare ciò che accade sulla base di cause efficienti (le forze in gioco) e materiali (le masse in gioco), successivamente unificate nel concetto generale di energia.

Questa ricostruzione è fuorviante. Ciò che è accaduto, in Occidente, è qualcosa di più profondo e radicale. Comprenderlo è fondamentale per intendere il senso dell’impresa scientifica contemporanea e i limiti della sua interpretazione meccanicistica (spesso opera degli scienziati stessi).

Il gesto attraverso cui Cartesio inaugura il pensiero moderno non  è tanto, come si scrive, la riduzione delle cause a (soltanto) quelle efficienti e materiali, quanto la loro completa abolizione, almeno in linea di principio.

La natura diventa nella sua prospettiva pura geometria quadridimensionale, lungo una direttrice ermeneutica che troverà in Albert Einstein il più geniale e fedele interprete.

In questo quadro, coerentemente, quella che viene messa in discussione è la stessa nozione di forza, tanto nel caso delle forze che sembrano agire a contatto, quanto, e a maggior ragione, nel caso della forze che agiscono a distanza. La forza, infatti, appare ai filosofi moderni solo più il residuo della nozione “meta-fisica” di “anima”, alcunché di “magico”, se non di “occulto”, da espungere recisamente dall’immagine “scientifica” del mondo.

Parallelamente viene meno anche la classica nozione di causa, non solo per quanto riguarda le cause finale e formale, ma anche per quanto riguarda la causa efficiente: non c’è qualcosa prima che fa (sì) che qualcosa dopo accada, ma tutto è già ab aeterno predeterminato in un sistema a quattro  assi cartesiani (che potranno anche moltiplicarsi p.e. nelle contemporanee “teorie delle stringhe”), all’interno dei quali trovano la loro collocazione (in termini di coordinate spaziotemporali) i punti-evento che costituiscono l’universo.

  • Ma il termine “causa” continua a ricorrere presso gli autori moderni…

Vero, ma alla fine esso, dopo la radicale critica a cui tale concetto viene sottoposto da parte di David Hume, con Ernst Mach e Ernst Cassirer dovrà cedere il campo alle più precise nozioni di “legge” e “funzione”. L’obiettivo, infatti, fin dall’inizio è quello di una radicale matematizzazione della fisica.

  • Che c’è di male in tutto questo?

Assolutamente niente. Il sogno che si realizza, come ben intuiva Galileo (quando, nel Saggiatore, scriveva che il libro dell’universo era scritto “in lingua matematica”), è proprio il sogno pitagorico e platonico di un’interpretazione del mondo naturale guidata dal “mondo delle idee” (eterne); anzi: il sogno di ridurre il sensibile all’intelligibile, immergendovelo completamente, in una prospettiva radicalmente monistica e immanentistica, precisata in età moderna da Cusano e, soprattutto, Giordano Bruno.

Tuttavia, tale tentativo fallisce o, per lo meno, lascia fuori un resto: la coscienza (che, sotto un altro profilo, in quanto coscienza p.e. di Cartesio o di Einstein è condizione di possibilità di questo tentativo medesimo).

  • Perché la coscienza non potrebbe essere a sua volta parte dell’universo reinterpretato come un sistema di assi cartesiani?

Nel momento in cui io scrivessi l’equazione corrispondente alla “curva” ipercomplessa costituita dai punti-eventi che formano l’universo (e ne prendessi, quindi, coscienza) potrei modificarla, anzi violarne l’apparente necessità, alzando un braccio o facendo qualsiasi altra cosa non descritta dall’equazione stessa.

Più in generale, ciascuno di noi, in quanto è cosciente di quello che via via gli appare, fa esperienza di qualcosa che non può per costruzione appartenere all’ipotetica equazione-universo:

  1. la prospettiva o angolazione da cui l’universo gli appare;
  2. il tempo presente, in quanto distinto da passato e futuro;
  3. il movimento delle “cose” che gli appaiono (fenomeni);
  4. la “propria” (apparente) libertà d’azione;
  5. le proprie cogitationes (sensazioni, sentimenti, ricordi, fantasie, pensieri ecc.).

Ora, proprio la “resistenza”, offerta, per così dire, dalla “ridotta” della coscienza, al tentativo di geometrizzare interamente la natura, ci permette di intendere quello che gli antichi dovevano intendere per “causa”…

  • Ma che c’entra l’antico concetto di causa con la coscienza?

Partiamo da una considerazione. Modello di ogni “causalità” è l’azione che “qualcuno” compie per qualche fine (fondamentalmente: quello di conservare se stesso, la propria forma, attraverso quelli che gli etologi chiamano “atti di consumo”, come bere o mangiare, oppure attraverso la propria riproduzione).

Ecco perché nella concezione classica della “causa” (aitìa, àition) non si dà mai causa senza che un vivente, ossia un’entità a cui è attribuita un’anima, un principio autonomo di movimento, orientato a un fine, agisca in ragione di tale “causa” (divenendo, perciò, anche responsabile delle proprie azioni, che gli possono venire per l’appunto imputate, all’interno di quel procedimento giudiziario che, a sua volta, prende il nome di “causa”).

  • D’accordo. E con questo?

Dovrebbe a questo punto apparire chiaro perché, nelle prospettiva dei classici (soprattutto, ma non solo, per i [neo]platonici), gli effetti devono sempre assomigliare alle loro cause, essere simili ad esse.

Cfr. Proclo. Elementi di teologia, XXVIII-XXIX:

Ogni ente produttivo crea gli effetti simili a se esso, prima che i dissimili. [...] È necessario che il causato partecipi della causa, poiché di lì trae
la sua essenza. [...] Ogni progressione si effettua mediante una similitudine delle nature secondarie con le primarie ecc.
  • Perché mai le cause dovrebbero assomigliare ai loro effetti?  Ad esempio, nel classico esempio aristotelico della “statua”, concepita come effetto di quattro tipi di causa, mi sembra che, ad esempio, la causa efficiente (lo scultore), pur essendo “vivente”, sia del tutto diverso dalla cosa prodotta, la statua! Anche la materia (causa materiale) di cui è fatta la statua è diversa da essa e perfino il fine (causa finale) per cui essa viene scolpita  può essere dei più diversi, ad esempio soddisfare il desiderio di gloria del committente (supponendo che nella statua egli sia raffigurato), dunque alcunché di affatto diverso dalla statua stessa.

Così potrebbe sembrare. Tuttavia, se si approfondisce la natura di tali cause sugli stessi testi aristotelici, esse, oltre che riconducibili all’azione (in questo caso alla produzione o pòiesis) di un vivente (lo scultore), si rivelano assai più simili l’una all’altra, così come al loro effetto, di quel che non sembri in prima istanza.

  1. Innanzitutto, converrai che la statua è simile alla sua causa formale, ossia all’idea (pre-esistente allo scultore stesso) a cui attinge lo scultore prima di dare forma alla sua opera… In effetti, non hai potuto evocare questo tipo di causa tra quelle che non sarebbero simili al loro effetto…
  2. Certo, come hai sostenuto, la causa finale della determinata statua (la ragione per cui la statua viene scolpita, p.e. la soddisfazione del determinato committente) sembra assai diversa dalla statua stessa. Ma, se consideriamo la causa finale non in senso accidentale, bensì fondamentale, ossia il fine proprio di tutte le statue in quanto tali, in quanto statue, esso non può che esprimere un aspetto essenziale della causa formale, una funzione propria di tutte le statue in quanto tali, che rende ragione della loro forma; insomma la ragione, qualunque essa sia, per cui, in generaleesistono statue, ragione senza di cui non esisterebbero né statue, né la stessa “idea” di statua .
  3. Infine, la causa efficiente della statua sembra, a sua volta, molto diversa dalla statua stessa, se consideriamo, come fai tu, che tale sia lo scultore (un uomo), l’agente. Ma più propriamente causa efficiente è il “disegno” o il “progetto” che lo scultore ha in mente della statua che scolpisce (mentre lo scultore non è che lo strumento mediante il quale la statua viene scolpita); disegno o progetto che è, a sua volta, immagine dell’idea “eterna” di “statua”. Tale progetto, come l’idea, è senz’altro simile alla statua (se non fosse tale, non se ne potrebbe ricavare alcuna statua).
  4. La causa materiale (p.e. il marmo) sembra, anch’essa, del tutto diversa dalla statua che ne viene estratta. Tuttavia, non ogni forma può essere estratta da ogni materia. Una statua non può essere fatta p.e. d’aria o di fuoco. In questo senso anche la materia (in quanto materia seconda, dotata a propria volta di una specifica forma, p.e. marmo, legno ecc.), di cui è fatta una cosa, ha qualcosa di simile alla cosa di cui la cosa è fatta, p.e. la solidità, la conduttività ecc. Non a caso in Aristotele la materia è potenza della forma che se ne ricava, mentre presso i platonici si sostiene che la materia debba contenere la traccia o l’orma o il seme della forme che se ne possono trarre.

Nel caso dei viventi appare ancora più chiaramente la “connaturalità” (synghèneia) delle loro quattro cause: questa quercia è generata da un’altra quercia (causa efficiente), sulla base della specie quercia (causa formale), in vista della riproduzione di altre querce (causa finale), mediante sostanze (legno ecc.) adatte (causa materiale), le stesse di cui sono fatte tutte le querce.

Aristotele, su tutti questi aspetti, è chiaro.

Innanzitutto precisa:

Ogni sostanza [ousìa] si genera da un'altra che porta lo stesso nome [dunque le è simile]. E questo vale sia per le sostanze naturali, sia per le altre. Le sostanze, infatti, si generano o per arte o per natura [...]. L'arte è principio di generazione estrinseco alla cosa generata, la natura è, invece, principio di generazione intrinseco ala cosa generata (l'uomo, infatti, genera l'uomo) etc. [ma - sembra suggerire Aristotele - in entrambi i casi resta vero che "ogni sostanza si genera da un'altra che porta lo stesso nome"].
[Aristotele, Metafisica, XII, 3, 1070a4-8]

Dunque tanto le cause che intervengono in natura, cioè nella generazione in senso proprio (quella che tocca ai viventi), quanto le cause che intervengono nell’arte, cioè nella produzione (pòiesis, come altrove la chiama Aristotele, p.e.  di una statua ecc.), devono essere simili a (portare lo stesso nome di) ciò che è generato o prodotto.

Se l’esempio dell’uomo che genera l’uomo (come il mio esempio precedente della quercia che genera la quercia) è eloquente per quanto riguarda la generazione “in natura” (in cui il “padre” è causa insieme formale, efficiente e finale del “figlio”, in quanto entrambi sono similmente uomini, condividono la stessa “essenza”), può sorgere qualche dubbio – come quello che è sorto  in te – nel caso della generazione artificiale o produzione, in particolare per quanto riguarda la causa efficiente o, come anche Aristotele la denomina, motrice. Come tu supponevi, infatti, si potrebbe ritenere che p.e. causa (efficiente o motrice) di una statua sia lo scultore (che assomiglia ben poco alla statua). Ma Aristotele, nel caso p.e. della casa, dichiara che la sua causa motrice è non l’architetto o il muratore, come si potrebbe pensare, bensì l’arte edile (oikodomiké, lett. “casale”), cfr. Metafisica, XII, 4, 1070b29, giungendo addirittura ad affermare:

La forma della cosa è, in un certo senso, la stessa arte edile [come] è l'uomo che genera l'uomo.
[Aristotele, Metafisica, XII, 4, 1070b33-34]
  • Ma che significa?

Può significare una cosa sola. L’arte “edile” è tale perché chi ne è “titolare”, l’architetto, sa che cosa è una casa, ne ha in mente il disegno o progetto, il quale non è altro, in ultima analisi, che la forma della casa nella sua mente (il “concetto”, diremmo noi, l’ènnoia, simile o identico all’ “idea” eterna o êidos della cosa di cui è concetto). Ecco, dunque, come anche in Aristotele la causa motrice o efficiente risulti, in ultima analisi, simile o identica alla causa formale e, dunque, in definitiva, alla cosa di cui è causa, al suo effetto.

In senso classico (aristotelico, neoplatonico ecc.), dunque, non si dà causa

  1. che non sia simile all’effetto e
  2. che non implichi l’azione di un’anima (tanto nel caso della generazione, p.e. di una quercia o di un uomo in cui è coinvolta direttamente un’anima che si riproduce, quanto nel caso della produzione di artefatti, p.e. di una statua o di una casa, in cui è comunque coinvolto necessariamente un vivente come strumento o veicolo).

Mediante tale anima (o tale vivente) il simile può generare il simile (o produrlo, nel caso che il “simile” sia un “disegno” o “progetto” nella mente di qualcuno) sulla base di una forma “eterna” (un’idea pre-esistente) che l’anima stessa, che vi attinge, in qualche modo realizza o, come diremmo oggi, implementa nella materia.

In questo quadro si comprende il senso delle dottrine del tardo (neo)platonismo, come la concezione procliana secondo la quale ogni “cosa” procede da un’altra, antecedente, ad essa simile, che permane, a cui la cosa che procede si converte (ripresa nel Liber de causis discusso da Tommaso d’Aquino, ispirato a Proclo e ispirazione delle dottrine dello stesso Tommaso).

Possiamo anche rileggere in questa chiave la teoria di Rupert Sheldrake secondo la quale gli organismi si formerebbero e apprenderebbero (sviluppando non solo il loro fenotipo, ma anche le loro abitudini, i loro istinti) sulla base di una cosiddetta risonanza morfica, per cui il campo morfogenetico di un organismo sarebbe fatto vibrare all’unisono, anche a distanza, da quello di un altro organismo, “padre” o “paradigma”, che “trasmetterebbe” al primo, in tutto e in parte, i propri tratti. Questa risonanza morfica possiamo interpretarla, dal lato di ciò che è fatto risuonare, – interpretazione che dovremmo ulteriormente approfondire, trattandosi di questione di estrema complessità – come un esercizio di imitazione  o mimesi, tale per cui, a volta a volta, un organismo “si converte” a un altro organismo – o al carattere di un altro organismo – che funge da modello o paradigma, lo imita o lo copia e, in questo senso, “procede” idealmente da lui, assimilandovisi per divenire ciò che è

  • Sarà… Ma tu hai sostenuto che per intendere il senso della nozione di “causa” occorre mettere in gioco non solo la nozione di “anima”, ma anche la…  “ridotta” della coscienza

Certo. Della causalità, in quanto si tratta, in ultima analisi, sempre della “mimesi” di un’idea,  facciamo esperienza in prima persona, cioè abbiamo coscienza, quando facciamo qualcosa.

Sappiamo molto bene, ad esempio, come imitando i volatili abbiamo progettato e costruito velilvoli, imitando i cetacei abbiamo progettato e costruito i sommergibili ecc.

Per analogia interpretiamo altri processi naturali (fenomeni che si sviluppano nel tempo, un tempo che si trova soltanto nella nostra coscienza) in termini di causa-effetto.

Ecco, dunque, come al fondo di tutto si situi la “coscienza”, senza di cui non si darebbero non solo tempo, movimento, percezione, azione desiderio ecc., ma neppure… cause (di alcun tipo).

  • Puoi approfondire questo punto?

Tempo, movimento, azione si dànno solo per la coscienza (che è una sola alla volta e non è se non la coscienza che l’universo, di volta in volta, ha di se stesso). Inoltre è per la coscienza che i “cammini” che percorrono gli eventi (i punti nello spaziotempo di Cartesio-Einstein, in se stessi “figure di interferenza” in una sorta di “lastra olografica” cosmica) appaiono “animati” (come i “cartoni” della televisione), tali, cioè, da presupporre l’azione di un’anima “alle loro spalle”. Infatti i corpi o, più in generale, i processi a cui tali “punti” spaziotemporali dànno origine (nella nostra coscienza) appaiono, entro certi limiti, coerenti e stabili nel tempo, orientati, cioè, a conservare e riprodurre la propria forma.

  • Puoi essere più chiaro?

Soggettivamente percepiamo processi, del più diverso tipo, come, ad esempio, il volo di uno stormo di rondini, il riscaldarsi di un radiatore, il crescere della nostra eccitazione sessuale, la maturazione della nostra volontà di interrompere un’azione come se tali processi scaturissero da una “spinta” in qualche modo coerente e orientata a un fine, sia che pensiamo che tale fine sia “nostro” (negli ultimi due esempi e, in particolare, nell’ultimo), sia che pensiamo che esso sia esterno a noi. Ci identifichiamo o meno con “colui che prova desiderio” o con “lo stormo di uccelli” (o con il “calciatore che sta per segnare un rigore”, identificazione, quest’ultima, reinterpretabile “fisicalisticamente” come effetto dei nostri neuroni-specchio).

Sotto questo profilo le diverse “anime” che popolano l’universo, percepite come più o meno interne o esterne a “noi”, scaturiscono dall’interazione, per così dire, della coscienza con ciò di cui la coscienza è coscienza o, per meglio dire, da quello “sfregamento” dell’universo con se stesso le cui “scintille” originano ciò che chiamiamo “coscienza”.

In questo quadro anche le “cause” che attribuiamo ai processi, in quanto sono necessariamente associate alle “anime” in gioco, scaturiscono da tale “sfregamento”, in assenza del quale, come già osservato, avremmo solo un’anonima distesa spaziotemporale senza centro e senza periferia, senza prospettiva, senza presente e senza “cuore”,

Tuttavia – ecco il punto decisivo -, poiché la coscienza (o, se si vuole, questo “sfregamento” dell’universo con se stesso), radice della separazione originaria tra sfera soggettiva e sfera oggettiva, non è alcunché di accidentale, ma è essenziale all'”esistenza” stessa dell’universo (universo che non sarebbe alcunché se nessuno ne fosse cosciente e la cui ricostruzione “cartesiana”, matematizzata, è essa stessa frutto di un’operazione intellettuale di astrazione, dunque è “figlia” e non certo “madre” della coscienza) anche le anime e le connesse cause, nonché il tempo, i moti ecc., (in una parola, l’immagine del mondo che ci è restituita dall’antica tradizione – e “fantasia” – filosofica; così come le analoghe immagini restituite da diverse tradizioni e “fantasie” religiose, p.e. quella hindu) non sono alcunché di accidentale, ma sono qualcosa di altrettanto “vero” ed essenziale delle leggi della natura scoperte e messe in luce dalla scienza moderna,

  • Insomma: niente soggettività (anima e coscienza): niente causalità?

Esattamente. Oggettivamente si danno solo leggi e funzioni che legano punti-eventi in spazi matematici, ma questa stessa “realtà oggettiva” non è che l’altra faccia della medaglia della “realtà soggettiva”, secondo la quale, con la parole del primo filosofo che Aristotele ricordi, Talete,

tutto è pieno di dèi.
[cfr. Aristotele, De anima, A 5 411]

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