Tutto è uno

big-bang
Prendiamo la tesi “Tutto è uno” (titolo di un fortunato e discusso libro di Michael Talbot, giovane precocemente scomparso, forse troppo incline a credere al paranormale per essere, a sua volta, credibile, ma dotato di straordinarie capacità intuitive).

La tesi, in sé, è tutt’altro che originale. L’argomentano, variamente, Parmenide, Plotino, Shankara e altri ancora. La si ritrova in qualche misura in Niccolò Cusano, Giordano Bruno, Baruch Spinoza (nella versione di un panenteismo costantemente a rischio di venire equivocato come volgare panteismo). Ritorna nella teoria dell’ordine implicato di David Bohm (ispirata ai risultati della fisica dei quanti).

In questa prospettiva possiamo leggere anche l'(apparente) autocritica di Platone, esposta nel dialogo Parmenide, laddove (cfr. 130e4-131e9), per bocca di Parmenide, Platone sembra ironizzare sulla metafora (presa di mira anche da Aristotele, cfr. Metafisica; I, 987b10 e ss.) della partecipazione, secondo la quale le “cose” parteciperebbero delle corrispondenti “idee” (o “essenze”) (per cui, p.e., questo cavallo qui “sarebbe parte” dell’essenza – o, come diremmo noi, specie – “cavallo”). Si tratta di due diversi livelli di fondazione del discorso:

  1. a un primo livello sembra che si possano intendere le cose come “copie” o “immagini” delle loro essenze “eterne”, immaginariamente collocate altrove (nell’iperuranio), dando luogo a un apparente (e, di fatto, insostenibile) dualismo (grossolanamente associato dalla storiografia filosofica al nome di Platone);
  2. a un secondo livello, a cui sospingono le aporie in cui ci si irretisce nel primo livello (messe in luce, appunto, dal Parmenide), ci si accorge che le “cose” sono semplicemente le loro essenze, solamente colte in una prospettiva “soggettiva” che, dal nostro punto di vista, le moltiplica immaginariamente nello specchio (la cosiddetta “materia”) di in uno spaziotempo illusorio.

Assumiamo questa tesi (che tutto è uno) per ora come ipotesi o, meglio, come postulato. Essa, insieme ad altre ipotesi accessorie, potrebbe contribuire a “salvare” (“spiegare”) tutti i fenomeni noti.

  • Se tutto è uno, perché non ce ne accorgiamo?

La coscienza che si ha del mondo presuppone già una separazione (la separazione originaria) tra un soggetto percipiente e l’oggetto che egli percepisce, oggetto che è sempre una parte del “mondo”. Non potremmo, dunque, mai percepire il tutto, ossia l’universo, che comprende percipiente e percepito.

N. B. Possiamo intendere il “mondo” come l’universo stesso in quanto si dà in questa determinata prospettiva, ossia nel solo modo in cui se ne può avere coscienza.

  • Ma come è possibile una separazione tra due “cose” (soggetto e oggetto), se tutto è uno?

Infatti, non è affatto possibile. E’ alcunché di apparente. Si tratta della sfera di quella che possiamo denominare, con Parmenide di Elea, dòxa (opinione) e con Sri Shankaracarya , Maya (nel senso del “velo di Maya” di schopenhaueriana memoria).

In ogni determinata prospettiva gli “oggetti” emergono da uno sfondo comune, in ultima analisi da un “punto all’infinito” (per rimanere nella metaforica della prospettiva in senso tecnico, rinascimentale). In questo “punto all’infinito” possiamo riconoscere,

  1. sotto il profilo fisico, l’origine dell’universo (ciò da cui l’universo è provenuto in seguito al cd. big bang);
  2. sotto il profilo filosofico (altri direbbe: metafisico), il Principio di ogni cosa (l’arché), l’Uno, appunto, o, semplicemente, Dio.

Si tratterebbe dello “sfondo” da cui emergiamo anche noi, che sembriamo avere coscienza di “oggetti” (“sembriamo” perché la coscienza non appartiene più al “soggetto” che all’ “oggetto” ma coincide con l’apparire degli oggetti a un soggetto o, il che è lo stesso, con il percepire oggetti da parte di un soggetto).

N.B. Anche gli altri mi appaiono originariamente come “oggetti”, salvo poi riconoscervi altri “io” (in modi da investigare) in modo da dare origine alla rappresentazione di un “noi” (rappresentazione che qui devo presupporre, nella misura in cui non scrivo un testo on line solo per me stesso).

Tuttavia, non facciamo esperienza soltanto della separazione tra “noi” e gli “oggetti”, ma anche della mancanza a cui tale separazione ci espone. E’ come se la separazione stessa che ci fa nascere come individui suscitasse immediatamente in noi la nostalgia per l’unità perduta (tra ciascuno di noi e il tutto).

Ci rappresentiamo il Tutto di cui manchiamo come “qualcuno” o “qualcosa” (Dio o Principio), senza poterlo comprendere a fondo, non foss’altro perché ne siamo parte e non possiamo trasformarlo in un oggetto (il Principio, come il big bang, non si può stagliare, come un oggetto, da uno sfondo, poiché è questo stesso sfondo!).

Tutt’al più se ne possono rilevare tracce (la “radiazione cosmica di fondo”)…

Questo è il de-siderio originario che, in noi, si manifesta come amore. 

Vi sono indizi precisi che questo amore saldi l’universo a se stesso attraverso legami infrangibili: sono le interazioni fondamentali (nucleare forte e debole, elettromagnetica, gravitazionale) – forse sarebbe meglio dirle “attrazioni” – a cui possiamo aggiungere il legame più sottile e fondamentale di tutti: l’entanglement quantistico che – si può congetturare – lega non localmente ciascuna particella subatomica con tutte le altre. Il che suggerisce che, se fosse possibile osservare queste particelle all’interno di un sistema di riferimento puramente matematico, fuori, cioè, da ogni prospettiva di tipo fisico, il big bang non avrebbe mai avuto luogo (le particelle sarebbero tutt’ora una sola “particella” originaria, lo stesso Principio).

In generale, queste interazioni, dànno origine, localmente, a “campi di forze”, mettendo in “tensione”  i “poli” attorno ai quali si configurano tali campi di forze (si tratti di masse, di cariche elettriche, di particelle originariamente unite, poi separate ecc.). Ciò significa che tali “poli” tendono a cancellare l’intervallo spaziotemporale che li separa, cancellando il campo di forze medesimo.

Ora, tale convergenza, nella percezione che ne abbiamo, si sviluppa nel tempo.

Se ammettiamo che il “tempo” si distingua dalle altre dimensioni dello spazio solo per la percezione che ne abbiamo (ossia presupponga alcunché di “vivente” nella percezione del quale, soltanto, il tempo procede in una determinata direzione, altrimenti esso sarebbe indistinguibile da una “quarta” o “ennesima” dimensione dello spazio), potremmo riconoscere che, se facciamo astrazione dal tempo apparente in cui la convergenza si sviluppa,  i “poli” di qualsivoglia campo di forza sono  già, eternamente, “uno” (sono già in atto ciò che, per ora, appaiono essere solo in potenza).

Dipende, in altre parole, dalla percezione di qualcosa o di qualcuno che appaiano “campi di forze” (che le cose non appaiano come già sono).

In ciascuno di questi campi di forze il desiderio di convergenza delle parti, che si esprime attraverso la tensione tra i poli, potrebbe essere intesa come la nostalgia dell’unità originaria.

Consideriamo, infatti, quanto segue.

Si dà sempre un sistema di riferimento in base al quale le parti che interagiscono in un campo di forze non si sono mai separate dalla loro originaria unità.

Supponiamo che il tempo (quello che appare come tale nella percezione di qualche vivente) possa scorrere in direzioni opposte a seconda della prospettiva (assunta da questo o quel vivente). Quello che appare, in una determinata prospettiva, separazione (per esempio delle parti dell’universo le une dalle altre “dopo” il big bang), può apparire, in altra prospettiva, convergenza (e viceversa).

In un sistema di riferimento “fuori del tempo” (in base al quale, cioè, il tempo fosse trattato come un’ennesima dimensione omogenea alle altre dimensioni dello spazio), ossia sotto un profilo esclusivamente matematico (non fisico), non si dànno né separazione, né convergenza, ma si dà solo una figura inclusiva di tutte le sue apparenti “evoluzioni” o “trasformazioni”.

Odio e amore (Empedocle) potrebbero essere le due facce della stessa medaglia (dello “sfero”, cioè di “ciò che è”).

In estrema sintesi: poiché io sono (matematicamente) il mondo (e, nel mondo, questo o quel simbolo del tutto), ma non so (o non ricordo) di esserlo (esso mi appare, infatti, come altro), lo desidero, esso mi appare bello (mundus), ne sono (fisicamente) attratto.

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