Fede, speranza, carità

Coloro ([neo]platonici e vedantin) che affermano che saremmo tutti tutto o, per meglio dire, che sarammo tutti Uno, devono poi spiegare perché non ce ne accorgiamo. La tesi è che saremmo dimentichi di essere ciò che siamo. Chi evolvesse un’adeguata conoscenza (gnosis, jnana) conoscerebbe ciò che è essendo fino in fondo ciò che sa di essere. Egli dovrebbe compiere un atto di èkstasis da se stesso (dal modo in cui appare a se stesso, con un certo corpo e una certa anima) che, in pari tempo, sarebbe un atto di ènosis (unificazione) o samadhi con il Principio (Uno, Brahman ecc.) che egli veramente è.

Nella “condizione umana”, tuttavia, nella quale chi scrive queste righe, come chi le legge, versa, tale illuminazione non è data, se non come “concetto”, come “ipotesi”. Nei termini della gnosi cristiana, noi saremmo ancora in una condizione animica (psichica) piuttosto che spirituale (pneumatica) (come coloro che riconoscessero nel proprio spirito o purusa nient’altro che lo Spirito di Dio stesso).

Che ci resta, dunque, da fare?

Nutrire le virtù cosiddette teologali: fede, speranza, carità. Lungi dal rappresentare il culmine della perfezione umana, in questa prospettiva, queste virtù (a cui potremmo aggiungere l’umiltà) esprimono la consapevolezza di una mancanza, di uno scarto irriducibile rispetto al Principio di tutte le cose.

  • La fede, infatti, compensa una mancanza di conoscenza (come ricorda san Paolo, quando asserisce che ora vediamo per speculum et in aenigmate ciò che un giorno conosceremo vis à vis).
  • La speranza scaturisce dalla distanza tra noi e l’oggetto del nostro amore, quello che, conseguito, ci renderebbe felici, anzi beati.
  • La carità o amore esprime per definizione la mancanza dell’oggetto amato (e una nostalgia per esso) che, in ultima analisi, non è che una mancanza di noi a noi stessi.

Queste virtù implicano, dunque, una mancanza di certezza relativamente al bene da conseguire e che pure desideriamo ardentemente. Esse ci domandano di “prendere rifugio” nei dogmi della Chiesa, saputi come tali, come espressioni di dòxa, opinioni per ora destinate a non essere integrate da una conoscenza che, per essere attinta, richiederebbe una “metamorfosi” o “trasfigurazione” dell’amante nell’oggetto amato.

Sono queste stesse virtù, in ultima analisi, a chiederci di fare la scommessa a cui ci invita Blaise Pascal (e dopo di lui Kierkegaard e tanti altri): il salto nel buio di una vita condotta come se la promessa  di Dio (il patto o la “nuova alleanza” con Lui) fosse autentica, senza che nessuno ce lo possa garantire (neppure la rivelazione che Dio fa di se stesso in Cristo, per accogliere e, soprattutto, intendere – interpretare correttamente – la quale si richiede comunque la grazia della fede).

Ma è davvero un salto così irragionevole? Poiché una vita senza speranza sarebbe un incubo e poiché la scelta tra il vivere una vita da incubo e il vivere una vita da sogno spetta in ultima analisi solo a noi, – riformulando la proposta di Pascal – conviene vivere una vita da sogno. O no?

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