Idealismo e religione

I credenti spesso credono di credere in ciò in cui credono, come a “realtà”. “Realtà” è espressione (riferita alla resurrezione di Cristo o alla comunione dei santi ecc.) che  spesso risuona sulla bocca di sacerdoti formati sui testi di San Tommaso d’Aquino, il cui “realismo” gnoseologico è troppo noto (ma, forse, frainteso).

Tuttavia, bisognerebbe chiedersi se il tentativo di radicare la propria fede in eventi che si pretendono simili a quelli di cui tratta la storia profana non sia, per le religioni, perdente, anzi suicida.

  • Per quale ragione?

La religione si sottometterebbe  ai medesimi criteri di validazione (criteri storico-critici) della storia profana. E non sopravviverebbe loro.

  • Puoi farmi qualche esempio di eventi “che si pretendono simili a quelli di cui tratta la storia profana” (ma che, evidentemente, secondo te non sarebbero tali)?

Certo. Gesù sarebbe “realmente” risorto col proprio corpo dal sepolcro, sarebbe nato da vergine ecc.

  • Su che basi dubiti della storicità di tali eventi?

Gli stessi credenti ormai ammettono che certi segmenti del racconto evangelico debbano o, almeno, possano venire interpretati, simbolicamente, come l’episodio dei magi o l’ascensione di Gesù al cielo. Peccato che alcuni di tali eventi, come ad esempio proprio l’ascensione (Atti, 1, 9-10), siano narrati con lo stesso stile col quale sono scritti altri racconti, come quello della resurrezione, ai quali si assegna, viceversa, pieno valore storico.

  • E non potrebbe avere valore storico, allora, anche l’ascensione?

Oggi sappiamo troppo bene che il “cielo” a cui Gesù ascende non ha a che fare con il cielo astronomico. Difficile, dunque, assegnare all’ascensione di Gesù al cielo, con il proprio corpo, tra le nubi, un valore più che simbolico.

Diverso il caso della resurrezione, assai più credibile come evento storico (soprattutto se meditiamo sul mistero della sindone di Torino, quinto vangelo secondo molti), purché riconosciamo nel corpo del Risorto un “corpo spirituale” nel senso inteso da Paolo (1 Corinzi, 15, 44) (non materiale) e sempre che, interpretando i passi di Matteo (28, 11-15) come excusatio non petita (giustificazione non richiesta), non sospettiamo che il corpo materiale di Gesù sia stato trafugato dai discepoli per far credere nella sua resurrezione…

Insomma, se seguiamo le indicazioni, ad esempio, del Magistero della Chiesa (di cui il Catechismo della Chiesa Cattolica è un distillato), dovremmo praticare una strana “gimkana”  tra testi da prendere alla lettera e testi da leggere come “simbolici”, sulla base di criteri meramente teologici che, però, spesso fanno a pugni con i criteri di indagine storico-critica.

  • E che via dovremmo percorrere, allora?

Quella suggerita da diversi passi dello stesso testo evangelico (soprattutto di Giovanni), che echeggiano altri passi di San Paolo, nei quali Paolo espone la sua cosiddetta teologia della croce…

  • Di che si tratta?

Secondo attendibili ricostruzioni storiche, Paolo, seguito in questo dall’autore del Vangelo attribuito a Giovanni, avrebbe spostato l’accento

  1. dagli insegnamenti etici e apocalittici di Gesù (comprendenti l’annuncio del suo immediato ritorno o “parousìa“), che sarebbero stati al centro della pratica religiosa dei suoi immediati seguaci (cfr. le conclusioni a cui è pervenuto Bart Ehrman, insieme ad altri storici della cosiddetta third quest sul “Gesù storico”, in studi che hanno fatto ritornare in auge, in un certo senso, la prospettiva storico-critica originaria di Reimarus e Schweitzer),
  2. alla sua morte e resurrezione (il cosiddetto kèrygma), come se al cuore dell’insegnamento di Gesù vi fosse stato soprattutto Se stesso, l’invito alla fede nelle sua morte e resurrezione come Figlio di Dio e salvatore del mondo.
  • E questo spostamento d’accento a che cosa conduce?

Conduce a una caratteristica mise en abyme o cortocircuito in cui il cristianesimo tende a risolversi: Gesù ci chiede di credere fondamentalmente in Lui,  morto e risorto per noi… ma, tra le cose fondamentali che Gesù ci ha chiesto di crederec’è proprio questo: che chi crede in Lui sarà salvo. La fede alimenta e fonda circolarmente se stessa. Se credi sarai salvo, ossia si verificherà ciò in cui credi (come nella celebre immagine dello spostamento, per fede, della montagna, cfr. Mt 17,20; Mt 21,21): l’oggetto della fede, dunque, in un certo senso è reso reale della fede stessa. Ci credo perché è vero, ma è vero perché ci credo. Anzi: ci credo perché è (sarà) vero se e solo se ci credo. Credo nel valore del fatto stesso credere.

  • Questa mise en abyme non potrebbe venire denunciata dai detrattori della fede cristiana, che potrebbero facilmente riconoscervi un circolo vizioso?

Certo. Ma essa potrebbe anche fare il gioco di una fede, che, abbandonando le secche di un realismo storicamente insostenibile, riconoscesse l’idealismo di cui essa fondamentalmente si nutre.

  • Che cosa intendi per “idealismo”?

Intendo il fatto che chi crede crede anche di essere in qualche modo co-autore dell’oggetto della propria fede, in quanto parte fondamentale del mistero che in lui stesso si rivela. In ultima analisi secondo lo stesso cristianesimo la fede ci fa riconoscere come membra del corpo di Cristo, ci “deifica”, come insistono a sottolineare soprattutto gli ortodossi. Essa ci fa vedere le cose in una diversa prospettiva, non nella prospettiva della “realtà storica”, ma piuttosto, per usare un’espressione cara a Henri Corbin, in quella di una dimensione “immaginale”, qualcosa di simile alla shakespeariana “sostanza dei sogni”; soltanto che vi è in gioco non tanto la sfera psichica, bensì la superiore sfera pneumatica (spirituale), che è in qualche modo all’origine della manifestazione tanto della sfera psichica quanto di quella materiale (l’universo fisico).

  • Mi sembra una prospettiva inaudita…

Meno di quello che si potrebbe credere. Secondo Empedocle di Agrigento, ad esempio, ciascuno è atteso dopo la morte da quello in cui egli aveva creduto: se crede di essere soltanto un corpo mortale, sarà un corpo mortale (vi si “reincarnerà”), ma se crede (o ricorda) di chi veramente egli è, sarà ben altro… Così anche Plotino ammonisce gli stoici, che non credono alla dimensione spirituale, ma affermano che tutto è “corpo”: essi stessi, preda di un’intelligenza “materiale”, preparano a se stessi il destino che si meritano.

  • Ma chi saremmo, dunque, noi?

Immagina, per un attimo, che spazio e tempo siano illusione. Non serve essere mistici hindu, basta seguire la teoria della conoscenza dell’illuminista Immanuel Kant (per il quale spazio e tempo sarebbero semplicemente modi nei quali percepiamo e conosciamo, non “cose in sé”). Che ne è di te? Sei quello che eri e sei quello che sarai. La distanza temporale tra i diversi momenti di cui hai coscienza è cancellata. Ma c’è di più. Sei anche quello che sono io e sei quello che sono tutti gli altri. La distanza spaziale tra una “coscienza” e l’altra è cancellata. Siamo tutti la stessa “anima mundi”.

  • Ma io, adesso, non sono affatto cosciente di quello che tu pensi e che tu senti…

Certo, così come probabilmente non ricordi quello che tu stesso pensavi e sentivi dieci anni fa… Ma, se aboliamo ogni intervallo spaziotemporale, potresti “risvegliarti” alla coscienza “cosmica” di questa “eterna presenza”, una coscienza “divina”, come quella che speriamo di conseguire in Cristo (o in Krishna se siamo hindu).

  • E come “cancellare spazio e tempo”?

Forse, per cancellare lo spazio e il tempo, cioè la condizione “materiale”, si richiede una purificazione della mente…

  • Come conseguirla?

Le diverse religioni suggeriscono pratiche differenti, a partire da una differente rappresentazione di sé (come peccatori, come caduti nella materia, come dimentichi di noi stessi, come preda di autoinganno, ignoranza o presunzione), ma destinate a condurre, forse, al medesimo risultato…

La filosofia suggerisce di esercitare il dialogo maieutico per purificare via via la propria mente dalle incrostazioni prodotte dalle nostre false credenze.

Ma questo è un altro argomento.

Per approfondire:

  1. Henri Corbin, Corpo spirituale e terra celeste. Dall’Iran mazdeo all’Iran sciita (1960), Milano, Adelphi 1996
  2. Bart Ehrman, Gesù è davvero esistito? Un’inchiesta storica, Milano, Mondadori, 2013

E’ nato Lorenzo

fioccoLORENZO

Diario filosofico di una paternità

L’8 marzo 2016 è nato mio figlio Lorenzo, Lorenzo Giacometti. Il 28 marzo ha ricevuto il battesimo ed è “rinato in Cristo”.

Ma che cos’è la nascita di un figlio? Quando ti nasce un figlio?

Un figlio nasce molte volte: nasce nei tuoi sogni e nelle tue fantasie, per molti anni, nasce quando viene concepito e quando vieni a sapere che è stato concepito, quando lo vedi per la prima volta attraverso l’ecografo e te ne viene rivelato il sesso (e qui iniziano nuove fantasie…), quando lo senti muovere nella pancia della mamma, quando la mamma lo partorisce e quando vieni a sapere che è stato partorito, quando lo vedi per la prima volta, quando sembra che ti somigli… quando ne parli ad altri e quando altri te ne parlano, quando ti guarda e quando lo prendi in braccio per la prima volta, quando lo prende in braccio qualcun altro e te lo senti sottrarre, quando piange e non sai perché, quando per la prima volta ti riconosce e ti sorride o magari soltanto sembra riconoscerti e sorriderti, quando sembra perfino che ti cerchi e ti ami, che ami te che già lo ami da sempre.

Ma con tuo figlio nascono anche altre persone: nasce un padre (tu rinasci come padre), nasce una madre (tua moglie rinasce come madre), nascono nonni, nascono zii, nascono cugini… Tutte nascite che non avevi sempre messo in conto.

Con la nascita di tuo figlio tua moglie rinasce, dunque, come sua madre, la coppia che formi con lei rinasce come famiglia… Lo era anche prima, certamente, ma in modo diverso. Che cosa comporta questa rinascita? Un arricchimento, certamente, ma anche un rischio: quello di vedere in lei solo la madre di tuo figlio, il cui solo compito, come anche il tuo, si riduca alla cura del bambino. Ma nel rapporto tra genitori e figli (ancor più, forse, che in quello tra malati di Alzheimer e caregivers, di cui mia moglie e io ci occupiamo professionalmente) svapora ogni illusoria contrapposizione tra “egoismo” e “altruismo”: non puoi rendere felice qualcuno che ami se non sei felice anche tu o, almeno, non cerchi di esserlo. Così una madre non potrà mai essere una buona madre se non è felice come sposa e come donna. E tu non potrai essere un buon padre se non coltivi come prima e più di prima le persone (e le cose) che ti stanno a cuore. Né puoi scegliere se amare più tuo figlio o tua moglie o, magari, te stesso, perché in gioco c’è un amore “circolare” che non può distinguere (tra persone) senza impoverirsi.

“Con dolore partorirai” (Genesi, 3, 16). Nonostante gli indubbi progressi della scienza medica, la gioia del parto non è mai disgiunta, nella madre, dal dolore (soprattutto se si tratta di parto “cesareo”), un dolore – attenzione – sia fisico sia psicologico, non sempre e non completamente comprensibile neppure da chi l’ama. Questo dolore può indurre nella tua compagna una forma di isolamento, la sensazione di non venire compresa, neppure da te, o di essere trascurata. La novità del bambino e i postumi del parto scuotono antiche certezze, mettono in crisi stanche routines, costringono a riconsiderare la propria vita insieme. Si tratta, però, di un passaggio, forse necessario, sicuramente fecondo, come quando si preme il tasto refresh su una pagina web per riattualizzarne i contenuti alla luce di novità frattanto maturate.

Rivoluzione a cui ti costringe anche solo l’alternanza tra sonno e veglia del neonato: un nuovo ritmo di vita a cui ogni altra cosa deve sottomettersi, un autentico esercizio spirituale che mette alla prova la tua “virtù” di padre e di marito, nel quale si suggella perentoriamente l’abolizione della contrapposizione tra “egoismo” e “altruismo”. Anche solo per sopravvivere devi assumerti ora la responsabilità di lasciare che tua moglie dorma, ora quella di dormire e di lasciare che sia lei a occuparsi del bambino. Sapersi organizzare diventa un esercizio sublime d’amore oltre che d’intelligenza. Se eri poco pratico, poco attento a questioni di ordine e di pulizia, non puoi più permetterti di esserlo. Segni molto concreti e preliminari di una verità più generale: per essere un buon padre devi essere una persona migliore in tutto e per tutto… e da subito!

“E di chi è questo bambino?” (frase spesso ripetuta vezzosamente dai parenti rivolgendosi al piccolo). Dei suoi genitori, naturalmente. E’ loro figlio. Ma è anche dei nonni e degli zii, non però come figlio, ma come nipote. E’ dunque un po’ anche loro? Come lo è? Secondo la cultura di cui è espressione la legislazione italiana i genitori – e solo essi – hanno accesso privilegiato se non esclusivo al loro bambino (cultura esaltata dal reparto di neonatologia e ostetricia dell’ospedale di Udine, vera e propria “scuola di marines” per nuove mamme e nuovi papà, che insegna loro a sopravvivere, da soli, con il loro bambino – come se, alla dimissioni della mamma, essi fossero destinati a vivere, abbandonati da tutti, in una capanna nella tundra polare! – ). Ma questa non è la sola cultura rappresentata nel nostro Paese. Secondo altre culture sarebbe, ad esempio, la nonna, in quanto madre della madre, a meritare un accesso privilegiato sia alla madre sia al bambino.

Vi è anche una contrapposizione tra due culture mediche: da un lato la medicina ufficiale, scientifica, che “sa” come si gestiscono i nuovi nati alla luce delle più recenti teorie (che saranno, però, verosimilmente contraddette, nel giro di qualche anno, da future acquisizioni, così come le attuali acquisizioni contraddicono teorie antecedenti); dall’altro lato la medicina empirica, la “medicina della nonna”, che si nutre di esperienza (di generazioni di esperienza).

Infine, embricato in questi intrecci tra culture e prospettive: il problema “politico” della decisione. Chi decide in ultima istanza del tuo bambino? Latte materno o artificiale? Di chi è la responsabilità ultima (o prima)? Dei genitori? Della sola madre? Della famiglia allargata? (Già, perché sorge anche la domanda: “Che cos’è una famiglia? Quali ne sono i confini, se ve ne sono?”) In quale di queste prospettive occorre assumere decisioni? Nel caso della scelta del latte, vi gioca un ruolo anche il sottile dialogo non verbale tra madre e figlio, di cui l’allattamento potrebbe essere un’espressione, al di qua di ogni considerazione astrattamente biologica (sulla funzione proteica ed antibiotica di questa e quella forma di allattamento) o psicologica (sulle implicazioni esclusivamente emotive di questa o quella scelta).

La nascita di un figlio ti fa capire, meglio di ogni altro evento, per la responsabilità a cui ti chiama, la differenza tra il consilium come decisione, come esercizio di un potere (una potestas esclusiva), che spetta solo a te e a tua moglie, e il “consiglio” come parere, sempre ben accetto, soprattutto se proviene da chi ha esperienza da vendere – anche quando tale consiglio venisse proposto in forma imperativa o come un’ovvietà (sta a te reinterpretarlo per ciò che esso è, deve e può essere, senza sollevare discussioni, attraverso il tuo comportamento). Non è forse questo atteggiamento rispettoso, ma critico, quello che si deve assumere verso ogni forma, passata, presente e futura, di “magistero”, da quello di un’istituzione come la Chiesa a quello, laico, della scuola? Quanti maestri e professori di tuo figlio gli insegneranno cose che tu non approverai o, peggio, lo indurranno a fare cose che tu non condividerai… Alla censura preventiva, se sei della mia cultura, preferirai, salvo casi eccezionali, la riflessione successiva, seguita eventualmente da azioni coerenti (un cambio di scuola o di docente, l’allontanamento di questa o quella persona dalla cerchia delle persone gradite…). Per ragioni simili non ti lamenti col negoziante o ristoratore di turno del suo (presunto) cattivo servizio, mettendo magari in imbarazzo chi ti sta vicino, ma, semplicemente, non ritornerai più in quell’esercizio commerciale o in quella trattoria.

La nascita di un figlio suscita in coloro che ti circondano gesti sorprendenti: sconosciuti o semplici conoscenti si felicitano con te gioiosamente, offrendoti i loro doni, persone amiche sembrano indifferenti, ma sono forse soltanto imbarazzate o a disagio, altri ancora si rivelano eccezionalmente invadenti. Tutto questo ti suggerisce ancora di più di non giudicare gli altri, ma solo di cercare di comprenderli, nella consapevolezza che non sempre vi riuscirai. La responsabilità che hai verso tuo figlio ti chiede, però, di proteggerlo da ogni influenza che giudichi nefasta, del tutto indipendentemente delle colpe presunte o reali di coloro che ritieni di dover tenere a debita distanza da lui. E da te.

Sì, perché tra le altre cose, scopri quanto il piccolo sia sensibile ai tuoi sbalzi d’umore, alla tua comunicazione non verbale. La cosa bella e terribile è che non puoi recitare, devi esserci. E questo vale anche per tua moglie e per tutti coloro che hanno a che fare col piccolo.

Un figlio, dunque, è dei suoi genitori… O piuttosto egli è i suoi genitori, dei quali con-divide (letteralmente, metà per ciascuno) il patrimonio genetico? E’ stato solo un caso o piuttosto un eloquente lapsus che, nella richiesta di codice fiscale fatta all’Agenzia delle Entrate, scrivessi “Giorgio” invece di “Lorenzo”? Lo si ama perché, in un certo modo, lo si è? O solo perché lo si ha? Sarebbe diverso se si trattasse di figlio adottivo? In lui sopravviviamo a noi stessi, come ci ricorda Diotima nel Simposio di Platone?

Un bambino è una meraviglia, oggetto di continua scoperta da parte tua, sorprendente, imprevedibile. Ma è anche soggetto di desideri a volte incomprensibili. Ti sembra che abbia bisogno di mangiare, di fare cacca o pipì, di dormire; che ricerchi il tuo calore, il tuo abbraccio, o anche solo il tuo sguardo e la tua voce. Ma a volte strilla come una sirena e tu non sai perché. Forse esprime un bisogno che non decifri o la sofferenza per qualcosa che va storto all’interno del suo corpo. O forse esprime un desiderio puro di qualcosa che non c’è o non c’è più o non potrà più esserci e tu non gli potrai mai dare; segno del peccato originale o di una mancanza ad essere (Lacan) apparentemente inconsolabile e irredimibile. E che ti frustra. D’altra parte non fatichi a riconoscere nel suo suggere, avido e disperato insieme, – al seno materno, al ciuccio o alla tettarella del biberon – una libido che va ben oltre la soddisfazione di un mero bisogno di nutrizione.

Educare tuo figlio… Già, ma a quali valori? E’ giusto imporgli i tuoi? Ma se non fossero i tuoi, sarebbero quelli di qualcun altro… Anche il “relativismo” è un valore, una prospettiva. Non si può non educare.

Ma perché impegnarsi solennemente a dargli un’educazione cristiana, anzi cattolica, attraverso il rito del battesimo?

  1. Senz’altro per rispetto, ad esempio, se questo è il caso, dei valori della madre, che non ha meno diritto di te di educare vostro figlio.
  2. Poi per rispetto del contesto culturale in cui siamo immersi. “Non possiamo non dirci cristiani” (Benedetto Croce), anche se fossimo diventati atei. A scuola si studiano Dante e Manzoni, l’arte medioevale e l’arte barocca, ma, paradossalmente, non si studiano quei Vangeli (anche apocrifi) e quella Bibbia che hanno ispirato tutto questo e molto di più. Si studiano i miti pagani, ma non le storie cristiane. La conoscenza di queste storie aiuterebbe a decodificare non solo i monumenti artistici e letterari del passato, ma anche, soprattutto, certe sfumature attuali delle nostre “filosofie di vita” (il nostro senso di colpa, la cultura del perdono in cui siamo immersi e così via).
  3. Infine (potresti educare tuo figlio al cristianesimo) per consentirgli di decidere, in un secondo tempo, davvero liberamente, chi o che cosa vuol essere, avendo nella sua stessa educazione “tradizionale” un fertile terreno su cui, se del caso, esercitare, allenare il proprio spirito critico. Chiedere a una persona piuttosto critica e controcorrente, soprattutto per quanto riguarda i temi religiosi, di fare da madrina di battesimo, potrebbe essere un modo per assicurarti che educare religiosamente tuo figlio non significhi indottrinarlo.

Tutto qui? Solo per questi motivi battezzare un bambino? Mio padre, personalmente agnostico e fieramente anticlericale, ha consentito che fossi prima battezzato, poi educato “catecheticamente”, per motivi simili a quelli qui evocati: sopratutto per la valenza culturale della religione cristiana; in particolare perché non fossi isolato socialmente e potessi poi liberamente decidere se coltivare o meno la mia “religione” facendone davvero una “fede”. Ma tutto questo è davvero convincente? Se la religione si riducesse a una forma della cultura, o nella misura in cui vi si riduce, potrebbe esserlo. Ma è davvero così?

Forse potresti riconoscere nella tua religione il modo nel quale il principio di ogni cosa (Dio, il Signore, colui che Plotino denominava “Uno” e Shankara “Brahman“) si è voluto manifestare, simbolicamente, in modo pregnante, proprio a te e alle persone che ti sono care, dentro la vostra storia, nella vostra prospettiva. Condividere con tuo figlio le immagini e le storie proposte dalla tua religione è farne occasione per riflettere insieme sul senso del vostro “esserci”, senza “inventare”. Perché limitarsi a fantasticare storie educative, i cui protagonisti potrebbero essere Winnie the Pooh, Babbo Natale o uno degli infiniti personaggi inventati dalla fantasia di un genitore a uso e consumo del proprio bambino, e non attingere anche alle storie millenarie, che ci raccontano le Scritture o se ne possono derivare? E non si tratta solo di farlo per la stessa ragione (e non sarebbe poco) che ti fa preferire che tuo figlio si abitui ad ascoltare Bach piuttosto che l’ultimo dei rapper alla moda. Se la tua religione è il cristianesimo, non c’è migliore occasione per riannodare le fila del Lògos eterno (ben noto ai filò-sofi di ogni tempo) nella tua storia personale e sociale, guidati dallo Spirito di verità che soffia dove vuole. In questa prospettiva il battesimo è l’inizio di qualcosa che non si conosce, il principio di un’avventura dell’anima diversa per ciascuno, il rito di iniziazione alla vita con cui chi nasce merita di essere, spiritualmente, non solo burocraticamente, accolto.

Spirito e Natura

Affinché qualcosa vi sia occorre almeno un organismo vivente, il quale presuppone, a sua volta, che vi sia un ambiente.

  • Ma che dici? Posso immaginare, senza contraddizione, un universo molto simile a quello in cui ci troviamo, nel quale vi siano solo galassie, stelle, gas, senza forme di vita.

Ne sei certo? Sarebbe un universo senza tempo, in cui niente propriamente sarebbe.

  • E perché mai?

Possiamo dire di abitare in un universo che ha una quindicina di miliardi di anni perché tra “noi” e il big bang sussiste questo intervallo (spazio)temporale, sei d’accordo?

  • Così ci raccontano coloro che se ne intendono.

Già, ma se non vi fossimo “noi” (che siamo organismi viventi), come fissare il tempo “presente”? Non vi sarebbe alcun presente, dunque nessun passato e nessun futuro. Non vi sarebbe alcunché.

  • Oppure tutto sarebbe simultaneo, in una “varietà” a quattro o più dimensioni.

Di cui nessun sarebbe, tuttavia, cosciente. Come potremmo dire che vi è qualcosa? “Agli occhi” di chi? Implicitamente tu immagini un’entità (Dio?) agli occhi della quale tutto sarebbe “simultaneamente presente”, se il termine “simultaneo” deve significare qualcosa. Ciò che “per noi” scorre nel tempo, sarebbe tutto presente in una quarta dimensione dello spazio. D’accordo. Ma, di nuovo, “presente” implica qualcuno o qualcosa rispetto a cui il “presente” si distingua dalle altre distensioni temporali (per usare la terminologia di Agostino d’Ippona).

  • Supponiamo che le cose stiano come tu suggerisci. Ma questo che cosa implica?

Gli organismi viventi, nella loro interazione con il loro ambiente, “fissano”, ciascuno per sé, il tempo presente, in cui “precipita” o, se vuoi, “si decanta” (o “si distilla”) l’esserci di ogni cosa. Si tratta di modi di essere molto diversi a seconda che si sia uomini, farfalle, felci o amebe. Ma, senza organismi viventi, niente potrebbe “esserci” (mancherebbe il “ci”, il “qui e ora” in cui esserci).

  • Dunque l’esistenza delle cose inanimate sarebbe legata a quella degli organismi viventi?

Direi di sì, nella misura in cui essi recano una forma, per quanto primitiva ed embrionale, di coscienza. Nota che la “coscienza” non è qualcosa di “interno” all’organismo, come a volte ci si rappresenta la sua “anima”, ma qualcosa che scaturisce dall’interazione tra organismo e ambiente. Possiamo rappresentarcela come un’interfaccia piuttosto “superficiale”. Pensa allo “stato di veglia“, nel quale massimamente siamo “coscienti”. Non ci si “risveglia” alla vita quando si sogna e, meno che mai, quando si è in sonno profondo, ma soltanto quando si interagisce con alcunché (apparentemente) fuori di noi. La “coscienza”, dunque, non è più cosa mia che di quello che mi circonda (del mio ambiente), è il modo in cui l’universo stesso, sfiorandomi, prende coscienza di sé. Il mio “corpo” potrebbe venire rapprentato come un’ “antenna” che permette alle “onde spirituali” dell’universo di prendere forma, di riflettersi. In generale, l’universo come ci appare è legato alla nostra coscienza umana, in due modi caratteristici, direi.

  • Quali?

In primo luogo la mia coscienza individuale può determinare l’evoluzione del sistema di cui sono parte, decidendo di volta in volta quale tra le diverse biforcazioni quantistiche sopravviverà.

  • Ti riferisci al famoso paradosso del “gatto di Schroedinger”, secondo il quale un gatto, in determinate condizioni, potrebbe simultaneamente essere vivo ed essere morto…

… sì, in due stati fisici contraddittori sovrapposti, di cui soltanto l’osservazione di qualcuno determina lo stato che “sopravvive”, facendo “collassare la funzione d’onda” quantistica a cui il gatto è sospeso. Tuttavia, – ecco baluginare il secondo modo in cui lo Spirito potrebbe determinare la “materia” – questo “qualcuno” può bensì determinare, in quanto “coscienza”, lo stato del gatto (o, meno immaginariamente, la polarizzazione o altre proprietà di una particella subatomica e della sua eventuale gemella, cfr. paradosso EPR e, più in generale, le implicazioni della meccanica quantistica), eliminando l’universo parallelo in cui lo stato del gatto (o della particella) è quello contrario, ma (apparentemente) non può cambiare p.e. il gatto in topo, né  modificare altre condizioni non soggette a indeterminazione quantistica.

  • D’accordo. E con questo?

Ecco la mia ipotesi: potrebbe essere la somma di tutte le coscienze cosmiche (umane e, forse, anche non umane), che possiamo classicamente chiamare Spirito,  a determinare l’esistenza stessa dell’universo materiale (la somma delle condizioni al contorno di una determinata esperienza di qualcuno), come sua proiezione. Ecco, questo sarebbe il secondo modo in cui la mia coscienza è legata all’universo.

  • Vuoi dire che quello che non può la coscienza singola, lo potrebbe la somma di tutte le coscienze? Determinare la realtà nel suo insieme?

Esattamente. Se ci rifletti, poi, questi due modi di operare della coscienza, rispettivamente come singola e come cosmica, sono analoghi, in un certo senso, ai due modi di agire della massa, come moltiplicatrice di singoli centri di gravità e come determinante universale per i sistemi di riferimento inerziali e non inerziali.

  • A che cosa ti riferisci?

Partiamo da quest’ultima proprietà della massa, nella sua distribuzione cosmica. Secondo la teoria della relatività generale è possibile distinguere tra moti rettilinei uniformi e moti accelerati in funzione della distribuzione della massa dell’universo. Se, ad esempio, le stelle e le galassie non fossero “dove” esse attualmente sono  e non si muovessero come ora si muovono, non si potrebbe affatto distinguere, come si distingue ora,  sulla Terra, tra un moto rettilineo uniforme e un moto accelerato e, corrispondentemente, tra un sistema di riferimento inerziale e un sistema di riferimento non inerziale. Se, poi, nel cosmo, non vi fosse alcunché di dotato di massa, la distinzione tra i due possibili sistemi di riferimento sarebbe impossibile. Non potrei distinguere se un determinato punto materiale A si allontana di moto naturalmente accelerato “verso destra” da un punto materiale B, in quiete, o se, piuttosto, sia il punto materiale B ad allontanarsi di moto naturalmente accelerato “verso sinistra” dal punto materiale A, concepito in quiete.

  • E nelle condizioni attuali, invece, questa distinzione sarebbe possibile?

Certo. L’accelerazione che avverto, quando accelero in auto o quando l’ascensore in cui mi trovo inizia il proprio moto, dipende, secondo la relatività generale (in particolare sulla base delle cosiddette “equazioni di  campo”) dalla distribuzione della massa dell’universo, dalle stelle e dalle galassie più lontane, rispetto alle quali quel determinato moto risulta accelerato. Ma la massa – ecco l’altro corno dell’analogia con l’azione della coscienza sulla materia -, questa volta non di stelle e galassie lontane, ma della Terra e, in misura minore, della Luna e del Sole (per quanto riguarda il fenomeno delle maree), influenza anche qualcos’altro, oltre la misura dell’accelerazione (e la corrispondente sensazione): la mia tendenza a cadere dall’alto verso basso per gravità. Dunque la massa esercita due azioni distinte e altrettanto importanti: a) in quanto massa nel mio “intorno” spaziotemporale, come massa gravitazionale, e b) in quanto massa “universale”, come riferimento spaziotemporale “assoluto”.

  • Interessante. Ma tutto questo che cosa ha a che fare con il rapporto tra coscienza (umana) e natura?

I due modi caratteristici in cui la massa esercita la sua influenza, rispettivamente come “individuale” e come “universale”, non ti sembrano analoghi ai due modi in cui l’universo potrebbe essere legato alla coscienza,  rispettivamente “individuale” e “universale” (Spirito)?

  • Sotto quale profilo?

La mia ipotesi è che lo Spirito cosmico, di cui io sono parte, stia alla mia coscienza individuale come la massa globale dell’universo, nella sua distribuzione spaziotemporale, sta ai singoli centri di gravità cosmici. In questa proporzione il primo termine di entrambe le parti dell’analogia avrebbe effetti globali (rispettivamente: a) proiettando fuori di sé (immaginando) l’universo e b) fissando per esso i parametri per definire i sistemi di riferimento inerziali), mentre il secondo termine agirebbe localmente (rispettivamente: a) facendo collassare questa determinata funzione d’onda quantistica e b) esercitando questa determinata azione gravitazionale).

Per approfondire:

  • Maturana, H.R., Varela, F.J., 1985, Autopoiesi e cognizione. La realizzazione del vivente, Venezia, Marsilio [Autopoiesis and Cognition. The Realization of the Living, 1980]
  • Maturana, H.R., Varela, F.J., 1987, L’albero della conoscenza, Milano, Garzanti [El árbol del conocimiento, 1984]
  • Maturana, H.R., Varela, F.J., 1992, Macchine ed esseri viventi, Roma, Astrolabio-Ubaldini Editore, ISBN 9788834010617 [De maquinas y seres vivo, 1972]