E’ giusto che coppie gay possano adottare bambini?

E’ di queste settimana la discussione, sviluppata non solo nel Parlamento italiano, ma anche sui media nazionali,  intorno alla proposta di legge “Cirinnà”, la quale, tra le altre cose, propone la cosiddetta step child adoption, ossia la possibilità, per il partner gay del genitore di un bambino, di adottarlo. Come in molti casi del genere, in cui sono gioco complesse questioni bioetiche,  il dibattito appare l’opposto di un dialogo. Si assiste allo scontro tra schieramenti, i cui membri non sembrano affatto disposti non dico “a mettere in discussione”, ma neppure ad approfondire (auto)criticamente i presupposti da cui muovono, che assurgono in tal modo a veri e propri dogmi.

  • Bisognerà pure rispondere al quesito se sia giusto che coppie gay possano adottare bambini. Tu che ne pensi?

In realtà – di qui l’insensatezza della contrapposizione ideologica tra gli schieramenti a cui facevo riferimento – si tratta di una classica questione teoreticamente indecidibile, come lo sono molte questioni bioetiche.

  • Che cosa intendi per “teoreticamente indecidibile”?

Intendo che la questione può, certo, venire decisa praticamente, ad esempio politicamente  e giuridicamente, ma nessuno degli argomenti che si possono recare a favore e contro l’adozione di bambini da parte di coppie gay è riconducibile a un fondamento indiscutibile o evidente.

  • Ma non è questo il caso, in ultima analisi, di ogni problema filosofico? Non sei tra coloro che sostengono che, alla luce dei “tropi” degli antichi scettici, e dei celebri teoremi del matematico Goedel (che evochi  a mio modo di vedere piuttosto scompostamente ), nessuna ipotesi possa essere giustificata fino in fondo?

Hai ragione. Forse ogni problema, quando viene filosoficamente discusso, si rivela in ultima analisi indecidibile, Ma per molte ipotesi è possibile pervenire a fondamenti, se non assolutamente veri, almeno riconosciuti come evidenti dai più, ad esempio su base empirica. E’ il caso di molte ipotesi cosiddette “scientifiche”. In campo etico, invece, fanno letteralmente “gioco” le diverse prospettive da cui si guarda alla questione, di volta in volta, sollevata. Il che non impedisce di metterla sotto la lente di ingrandimento (filosofica) di un “esame di plausibilità”.

  • E nel caso in questione, se sia giusto o meno che coppie gay possano adottare bambini, come si potrebbe svolgere tale esame?

Innanzitutto, vediamo perché si tratta di una questione indecidibile. Tu come la “decideresti”?

  • In primo luogo mi chiederei quale sia il bene del bambino. Ciò mi porterebbe ad escludere che coppie gay possano adottare. Secondo me un bambino ha diritto ad avere un padre e una madre, perché questa è la forma naturale della famiglia.

Distinguerei la questione del “bene” da quella della “naturalità” di una condizione. Ammettiamo che, come sostengono molti (ad esempio i cattolici, ispirati, tuttavia, in questa prospettiva, più da Aristotele che dal Vangelo), la famiglia naturale abbia le caratteristiche che tu supponi. Ciò non implica che una condizione naturale sia per forza buona.

  • E perché una condizione naturale non dovrebbe essere anche buona?

Ci sono infinite condizioni naturali, ad esempio quelle che scaturiscono dell’evoluzione naturale di naturali malattie mortali, che non sono affatto desiderabili. Grazie… al Cielo, oggi l’evoluzione “culturale” (lato sensu naturale anch’essa), tanto quella delle conoscenze e delle tecniche, quanto quella più generale della civiltà, consente di debellare  tali malattie. In generale l’homo sapiens, scaturito dall’homo faber, è tale perché vive non più “secondo natura”, ma “secondo cultura” e può e fa cose buone che “naturalmente” non potrebbe (o non gli verrebbe in mente di) fare.

  • Già, ma non tutte le cose tecnicamente possibili sono anche moralmente lecite. Ad esempio, la produzione massiccia di ogm, la clonazione umana, l’affitto di uteri…. Ti sembra che tutte queste pratiche siano buone?

A me no, ma certo non perché queste pratiche non sono naturali.

  • E perché, allora?

Per altre ragioni, evidentemente. Ad esempio: perché potrebbero rendere infelici coloro che le esercitassero o altri che, a causa loro, le subissero. O perché potrebbero danneggiare l’ambiente…

  • E, se assumiamo il criterio del “rendere felici”, come giudicare l’ipotesi dell’adozione di bambini da parte di coppie gay?

Appunto come teoreticamente indecidibile! Per valutarla a fondo, infatti, secondo il criterio della “massima felicità”, dovremmo poter “misurare” la felicità tanto dei bambini che sarebbero adottati da queste coppie, quanto quella dei loro genitori  (possono esserci, infatti, bambini felici con genitori infelici e viceversa? ), e confrontare questa felicità con la felicità dei figli di coppie eterosessuali (e dei loro genitori)….

  • E perché non potremmo fare proprio questo confronto?

Certo, potremmo tentarlo. Ma la “misurazione” sarebbe inesorabilmente empirica, avrebbe mero valore statistico, darebbe risultati diversi sulla base di criteri diversi, presupporrebbe una chiara nozione di “felicità” che invece manca… Insomma, non si potrebbe pervenire ad alcunché di oggettivo.

  • Ma tu parlavi prima di un possibile “esame di plausibilità” delle prospettive di chi difende il diritto dei gay, quando formano coppie, di adottare bambini.

Certo, possiamo discutere, ad esempio, la sensatezza o meno della rivendicazione da parte dei gay (accoppiati) di uno specifico o “speciale” diritto alla prole.

  • Se non erro alcuni, (ad esempio Neri Pollastri, nel suo blog) contestano alle coppie omosessuali, in quanto “coppie”, questo speciale diritto…

E come dare loro torto? Non si nega, infatti, a queste coppie un generico diritto ad avere figli, ma si contesta l’esistenza di un loro “diritto”  specifico, in quanto coppie gay, superiore, ad esempio, a quello dei single.

  • E perché glielo si dovrebbe contestare?

Partiamo dalle seguenti ipotesi: 1. anche un single (uno zio ecc.) potrebbe fare la felicità di un bambino, se lo potesse adottare (chi potrebbe negarlo, in via assoluta?); 2. esiste un “generico” diritto alla felicità (sancito p.e. dalla Costituzione americana e implicitamente riconosciuto dalla filosofia, almeno nella versione aristotelica, a ciascun essere umano in quanto tale); 3. la felicità di un genitore (anche adottivo) non sarebbe piena se non vi corrispondesse la felicità del proprio figlio e viceversa (quest’ultima ipotesi, già sopra evocata, si basa su mie riflessioni circa l’inconsistenza della contrapposizione egoismo-altruismo che – mi rendo conto -dovrebbero essere ulteriormente approfondite e discusse…).

  • Ammettiamo queste ipotesi. E allora? Su queste basi mi sembra che una coppia omosessuale possa ancora rivendicare il diritto all’adozione, non meno di un single ben intenzionato (l’ipotetico “zio”, preferibilmente non pedofilo!).

Non meno, ma neppure più!  In altre parole non si tratterebbe di uno specifico diritto, riferito ai gay in quanto accoppiati, ma di una legittima aspirazione dei gay semplicemente in quanto persone (dal momento che non è più naturale per una coppia gay procreare che per un single). Si può, al riguardo, evocare la sottile distinzione giuridica (tipica a mia conoscenza del solo diritto italiano) tra “diritto soggettivo” (all’adozione; da contestare, sotto questo profilo, agli omosessuali, “in quanto coppia”) e “interesse legittimo” (alla medesima adozione). Questo interesse legittimo, bada, potrebbe essere loro riconosciuto non solo come individui. ma anche come coppia che desidera “realizzarsi” adottando piuttosto che in qualsiasi altro modo (partorendo “libri”, “teorie” ecc.), con la stessa libertà e creatività di cui dànno prova, del resto, anche molte coppie eterosessuali (che, pur potendo procreare, preferiscono adottare o “procreare” teorie, come i coniugi Curie).

  • Insomma la pretesa delle coppie gay al diritto all’adozione non ti sembra in alcun modo più legittima di quella dei single

Tu che ne dici? Sarebbe plausibile che tale pretesa avesse qualche maggior fondamento? Direi di no. Se è questo quello che sostiene Neri Pollastri, nella misura in cui lo sostiene, possiamo sottoscrivere i suoi argomenti.

  • Parli come se vi fossero altri aspetti delle tesi di Pollastri che ti convincono di meno.

Non ti sfugge nulla! Meno convincente mi sembra la sua teoria secondo la quale una coppia eterosessuale si costituirebbe originariamente al fine di procreare, soprattutto se tale teoria pretende di fondarsi su dati culturali piuttosto che naturali. Come lo stesso Pollastri riconosce, tale fine va, infatti, inteso anche metaforicamente (come nell’esempio dei coniugi Curie). Ma, se così è, allora – contro quello che Pollastri vorrebbe dimostrare – anche una coppia omosessuale si potrebbe legittimamente dare il fine di adottare bambini (che non è che una “metafora” della procreazione). Si tratterebbe di un modo come un altro di rendere felici i “figli degli altri”, come lo stesso Pollastri si esprime.

  • Va beh… Comunque, se anche le coppie gay avessero formale accesso all’adozione, vi sarebbero comunque criteri di “priorità” (disponibilità economica della coppia ecc., ma, perché no, l’essere o meno eterosessuale, ossia “tradizionale”) per assegnare gli adottandi, criteri che potrebbero vedere tali coppie svantaggiate (come vedrebbero svantaggiati i single). Anzi, per la relativa “scarsità” di adottandi in rapporto a chi fa richiesta di adozione, ciò potrebbe comportare l’esclusione di fatto dei gay (come dei single) dall’adozione!

Senz’altro. Ciò soddisferebbe le esigenze di coloro che, come sembravi ritenere tu poco fa, considerano più naturale per un bambino avere un padre e una madre invece che due genitori dello stesso sesso.

  • Ma non ti scandalizzerebbe questa esclusione di fatto?

No, se essa derivasse da criteri storico-empirici volti a garantire la massima felicità possibile di tutti e il successo dell’adozione. Anche coloro che non conferiscono particolare valore alla “natura” e considerano che siamo ormai solo principalmente il frutto della nostra “cultura”, ammettono generalmente che le nostre società non sono ancora pronte a consentire ai bambini che abbiano genitori dello stesso sesso (come pure un solo genitore) di condurre una vita mediamente altrettanto felice di quella condotta dai bambini adottati da famiglie “normali”… 

  • E’ questo il senso in cui, all’inizio, dicevi che la questione dell’adozione di bambini da parte di coppie gay, in sé teoreticamente indecidibile, potrebbe venire “decisa praticamente, ad esempio politicamente  e giuridicamente”? Si potrebbe, per esempio, ammettere in via di principio il diritto all’adozione da parte di queste coppie, salvo poi escluderla nei fatti, introducendo stringenti criteri di priorità nella selezione dei potenziali genitori adottivi?

Potrebbe essere una soluzione, così come, in circostanze differenti, si potrebbe tanto escludere del tutto la step child adoption, quanto autorizzarla e, perfino, incoraggiarla. Proprio l’interesse dei bambini o, vorrei dire, l’amore per loro, dovrebbe suggerire non di farne una questione ideologica, ma di ricercare con pazienza (attraverso studi e ricerche il più possibile spassionati e “oggettivi”) quello che potrebbe essere per i bambini il loro “meglio” (che spesso, come per tutti, assume il volto non dell’ “ottimo”, ma del “male minore”). Nella consapevolezza dell’opinabilità degli stessi presupposti teorici delle diverse prospettive anche scientifiche (per esempio pediatriche, pedagogiche ecc.) in gioco. E nella consapevolezza che non si dà felicità di un “vero” genitore che non risuoni (morfogeneticamente?) con la felicità del suo bambino e viceversa….