Non siamo in nessun posto

Ho sognato che non siamo in nessun posto.

Il nostro corpo occupa uno spazio. Grazie al cervello e ad altri organi percepiamo lo spazio che circonda il nostro corpo e il nostro corpo stesso. Ma “noi”, coloro che percepiscono tutto questo, siamo anywhere, ovunque e in nessun luogo. Si potrebbe credere che siamo “dentro” il corpo, ma, non essendo noi stessi corpo, ma avendo piuttosto un corpo, non siamo nello spazio, né dentro, né fuori.

Quando sogniamo, non percepiamo più ciò che circonda il nostro corpo. Percepiamo, perciò, qualcosa di “interno”? Il movimento dei “neuroni”? No, davvero. Percepiamo qualcosa che, come noi, non si trova in alcun  luogo. Dunque si trova ovunque, e non dentro. Sognare è essere altrove. Ovunque.

Campi morfogenetici

Non vedo come un organismo vivente possa essere tenuto assieme, crescere, nutrirsi, reagire agli stimoli, riprodursi, soltanto su basi fisiche e chimiche. Sarebbe come pretendere che pezzi di Lego, variamente combinati e fatti roteare e sbattere gli uni contro gli altri, a caso,  fossero in grado di farlo o che granelli di sabbia di diversa foggia, opportunamente distribuiti, si ordinassero a poco a poco a formare castelli sulla riva del mare.

  • Ma le teorie che invocano “campi morfogenetici”, come quelle di Sheldrake, Weddington, Goodwin e altri, a quanto mi risulta, non sono “scientifiche”.

Possiamo accettare questa precisazione, ma solo intendendo, più precisamente: non sono soggette a “falsificazione empirica”, nel senso di Popper.

  • E ti pare poco?

Abbastanza poco, se consideri i limiti epistemologici del fallibilismo popperiano. Le teorie “scientifiche” sono piuttosto “totalità”, secondo la prospettiva di Orman V. Quine, nelle quali è difficile distinguere la “parte empirica” (soggetta a controllo diretto) dalla “parte teorica” (falsificabile solo se le sue conseguenze empiriche sono mostrate false). Ma, se questo è vero, come dimostra anche Paul Feyerabend, è difficile distinguere le teorie  scientifiche dalle concezioni filosofiche o religiose

  • E quale criterio adottare, allora, per distinguere una buona teoria, scientifica o filosofica che sia, dalla fantasia di qualche ciarlatano, magari interessato a catturare l’attenzione di chi ha il desiderio, il bisogno o la necessità di credere in quello che il ciarlatano spaccia per vero (che esista una vita dopo la morte, per esempio, o che certe erbe siano curative ecc,).

Il criterio che risale ai Greci è il seguente: la determinata teoria deve essere internamente coerente (o, almeno, apparire tale, se Goedel ha ragione) e “salvare i fenomeni”. Ciò non assicura che la determinata teoria sia vera, ma la rende verosimile, fino a prova contraria (prova empirica o prova teorica: un’incongruenza o una contraddizione). Un esempio di teoria di questo tipo è la “teoria delle stringhe”. Questa teoria è costruita per “salvare” i fenomeni subatomici (o, per meglio dire, i loro effetti visibili, prodotti p.e. negli acceleratori di particelle) altrettanto bene del modello standard, ma con maggiore eleganza.

  • E tali sarebbero anche le teorie che invocano un “campo morfogenetico”?

Queste teorie “salvano il fenomeno” della morfogenesi (dello sviluppo dell’embrione: da un insieme di cellule totipotenti all’individuo adulto), processo che nessun’altra teoria è in grado di spiegare (senza introdurre a propria volta ipotesi ad hoc non verificabili e, spesso, estremamente complesse, alla faccia del celebre “rasoio di Ockham”).

  • Ma teorie come quella del campo morfogenetico o come la (per certi versi) analoga teoria dell’univeso olografico di Bohm, violano numerosi principi del meccanicismo! Specialmente il “principio di oggettività”, invocato da Jacques Monod (in Il caso e la necessità, 1970), secondo cui, dai tempi di Galileo, la scienza è contraddistinta dal sistematico rifiuto, in ogni campo, del ricorso a cause finali.

Senz’altro queste teorie violano il meccanicismo, anche se non violano l’ipotesi di un’almeno ideale interpretazione matematica del cosmo. Queste teorie, infatti, non disdegnano il ricorso a “cause finali” (gli attrattori di René Thom)1 e “formali”, di platonica e aristotelica memoria. Ma il punto è proprio questo.

  • Quale?

Il presupposto di fondo di queste teorie è una generale inadeguatezza del meccanicismo a “salvare” il fenomeno del vivente e, forse, più in generale, i fenomeni naturali, come quelli quantistici.

Per approfondire

1 Cfr. René Thom, Stabilità strutturale e morfogenesi. Saggio di una teoria generale dei modelli (1972) trad. it. Einaudi, Torino 1980,